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Recensioni | Pubblicato il 31 gennaio 2014

earth_division

Mogwai

Earth Division EP

Genere: Post-Rock

Anno: 2011

Casa Discografica: Sub Pop / Rock Action

Servizio di:

Reduce dalla buona accoglienza da parte di pubblico e critica di “Hardcore Will Never Die, But You Will“, nel settembre del 2011 la band di Glasgow pubblica un EP di soli quattro pezzi, sorprendentemente fuori dai loro consueti canoni post-rock perché privo della loro solita urgenza espressiva, manifestata attraverso le ormai classiche cavalcate elettriche strumentali.

Se inizialmente questo diverso sound potrebbe sembrarvi un esercizio freddo e calcolato provate a osservare in profondità il tranquillo, quasi zen, dipanarsi in uniforme alternanza i momenti di silenzio e l’accumularsi dei suoni, per capire che in realtà l’approccio è quanto mai naturale.

Ma andiamo con ordine. Il viaggio parte con “Get To France“, un incantevole carillon che si libra leggero, planando su tenui rintocchi di un piano abbracciato da un grazioso balletto d’archi. La malinconia di un tramonto autunnale tra i boschi francesi nostalgicamente osservato con antico fanciullesco stupore, evocando tuttavia anche misteriosi umori gotici mitteleuropei che fanno pensare ai momenti esistenzialmente drammatici e romanticamente sublimi di un film come La Double Vie de Véronique del maestro polacco Krzysztof Kieslowski.

Chitarra acustica e armonica introducono la ballata folk “Hound of Winter“, dove la struggente voce di Stuart Braithwaite traccia, in armonia con l’evolversi elegiaco del pezzo, un’amara riflessione sull’umana incapacità di trattenere lo scorrere degli attimi, l’imprimersi dei ricordi che irrecuperabili scivolano via, il tempo a simbolo della fragilità dei rapporti umani tutti. Perder(si) e forse non ritrovarsi. (Where has it gone? Time hides things/Lies hide things/I lose things/I break things/I forget/I fall away).

Ancora romantici archi per un’atmosfera, per ironia, quasi sospesa nel tempo, galleggiante a mezz’aria.
Era forse dai tempi di “Cody” che i Mogwai non piazzavano un pezzo cantato tanto riuscito quanto semplice, sintesi (come allora) tra il formato canzone e il rock strumentale. (Per ulteriore ironia sul tema della fragilità non posso non riportare l’aneddoto, secondo il quale il disco non fu rilasciato per il pre-order dopo che l’intero stock andò distrutto in un incendio, nei disordini londinesi del 2011.)

Cambio netto d’atmosfera con “Drunk and Crazy“, inizialmente più in linea con gli ultimi sviluppi electro di “Hardcore Will Never Die, But You Will” (l’EP fu registrato nelle stesse sessions) mantenendo alto l’impatto drammatico, propone una scurissima fuga notturna di stampo sintetico, prima dell’entrata in scena di un violino e degli onnipresenti archi, nella glaciale solitudine cretosi. Fatte le debite proporzioni vengono in mente le evoluzioni cinematografiche di alcuni pezzi dei Faust, o per restare in ambito post-rock, pur diverso, à la Rodan e Rachel’s.Chiude “Does This Always Happen?“. Reggendosi in equilibrio tra ombre e luce, smisurata dolcezza e rassegnata sofferenza è il riassunto finale del viaggio.

Musica multiforme ma sempre coerente quella dei Mogwai, come dimostrano queste quattro canzoni così diverse tra loro eppure eterogenee, proprio come quattro diverse fotografie di panorami dal mood alla fine equivalente. In un compendio tra le diverse anime del gruppo, passate, presenti e (forse) future, può essere tranquillamente posto tra le migliori produzioni della band. Un piccolo gioiello.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Get To France
  • 2 · Hound Of Winter
  • 3 · Drunk And Crazy
  • 4 · Does This Always Happen?

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