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Dischi DOC | Pubblicato il 21 gennaio 2015

myt

Mogwai

Mogwai Young Team

Genere: Post-rock

Anno: 1997

Casa Discografica: Chemikal Underground

Servizio di:

Facciamo una fatica difficilmente comprensibile quando tentiamo di ricordarci eventi passati ai quali non siamo stati legati strettamente. O meglio, facciamo ancora più fatica, in quanto già di per sé ricollocare nel tempo anche un qualsiasi evento caro è un qualcosa di avventuroso. E di curioso. 1997: per la prima volta abbiamo due pecore Dolly identiche ed un Tony Blair a Londra, salutiamo Lady Diana a fine Agosto e scopriamo una nuova cosa chiamata Google dall’altra parte dell’Atlantico. Col senno di poi, ricordo molto meglio gli Hanson su MTV o il video di Around The World dei Daft Punk; avevo otto anni, non credo sia una gran colpa alla fine. Ciò che di sicuro non posso ricordarmi, non ci piove, è l’uscita di Mogwai Young Team nell’Ottobre di quell’anno. Semplicemente, non lo ricordo perché in quarta elementare non si ascoltano i Mogwai; no, non è possibile. Allora perché parlarne? Perché tutto ciò che è frutto di una riscoperta è spesso molto più bello e piacevole. E personale. O forse solo perché si tratta di uno di quei dischi, appunto, da non dimenticare.

 Pensate per un momento agli anni ’90, a quell’inspiegato ottimismo da uscita dagli oscuri anni ’80 misto alle gang di periferia con le felpe larghe e dei jeans orrendi. Tutti, indistintamente, a sperare in un fantomatico miracolo degli anni zero. Quando penso alla Scozia dei Mogwai penso all’Edimburgo di Trainspotting (mi perdoneranno, ma non credo che quell’ora di auto da Glasgow faccia questa gran differenza), alla rabbia ed al silenzio desolato della periferia scozzese, al grigio delle highlands e del cielo, alla droga quotidiana ed alla musica. Mogwai Young Team è intriso di anni ’90, è intriso di violenza e di solitudine (come lo sono, d’altronde, molti album usciti nel Regno Unito in quegli anni). Young Team, come le gang che si firmavano sui muri di cemento di Glasgow. Mogwai Young Team, solo un’altra di quelle gang.

 No, non è solo un’altra di quelle gang. Al di là di quell’aura di umiltà quasi nichilistica che ha sempre circondato la band scozzese, MYT è un album di debutto strepitoso. Realizzato per quasi totalità con chitarra, basso e percussioni, in un cuntinuum strumentale in cui la voce ha un ruolo praticamente nullo, l’album viene registrato quasi improvvisando in sala registrazioni. Conciliando la rabbia musicale della prima metà del decennio che affiora prepotente in Like Herod con le tematiche tranquille, quasi d’ambiente, presentate subito all’introduzione con Yes! I Am a Long Way From Home, i Mogwai danno già forma a quella sorta di format post-rock che li ha portati diretti fino ad ora. Sì, i cambiamenti nel tempo ci sono stati, a partire dai membri del gruppo fino all’uso di una strumentistica più varia ed all’introduzione sempre più marcata dell’elettronica, ma i lineamenti di base non sono mai mutati, nel bene e nel male.

 Al di là i quella che può essere un’analisi del disco e del percorso della band, MYT è un malcelato infuso di emotività. E’ la capacità di passare da melodie pseudo-ninna nanna di Tracy ai crescendo dirompenti di Summer, transitando per la sperimentazione destrutturata di With Portfolio all’inaspettato, soave flauto di Mogwai Fear Satan. MYT è un’esplosione di sentimenti vividi, bloccati da reti che ne lasciano scappare solo pochi disperati lampi. E’ la schizofrenia che fa slittare dalla violenza alla calma ovattata più assoluta. E’ l’uomo che rimugina continuamente su se stesso, sui propri stati d’animo, che dà carta bianca alla propria voce interiore in un interminabile flusso di coscienza (Katrien). Tutto questo, negli scenari che ogni giorno ci troviamo e ritroviamo ciclicamente a vivere, nella quotidianità più piatta, più normale.

Forse è proprio questo aspetto che mi ha sempre colpito di Mogwai Young Team da quando l’ho riscoperto, ovvero il fatto che in fin dei conti sia un album che (quasi) senza parole riesce a raccontare la dimensione personale come pochi altri dischi hanno saputo fare. E importa poco se la realtà è quella di poco più di diciassette anni fa o quella odierna, sta a noi collocarla ogni volta nel frammento temporale che riteniamo più adatto.

Voto: 8.8/10

Tracklist:

  • 1 · Yes! I Am a Long Way from Home
  • 2 · Like Herod
  • 3 · Katrien
  • 4 · Radar Maker
  • 5 · Tracy
  • 6 · Summer
  • 7 · With Portfolio
  • 8 · R U Still in 2 It
  • 9 · A Cheery Wave from Stranded Youngsters
  • 10 · Mogwai Fear Satan

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