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Recensioni | Pubblicato il 26 aprile 2013

mosquito

Yeah Yeah Yeahs

Mosquito

Genere: Indie Rock

Anno: 2013

Casa Discografica: Interscope Records

Servizio di:

Quarto appuntamento in studio per Karen O e i suoi Yeah Yeah Yeahs, trio di New York assurto agli onori della cronaca musicale esattamente dieci anni fa grazie ad un esplosivo disco d’esordio, Fever to Tell, e all’eccentricità della sua frontwoman, che tanto seppe far parlare di sé in quei primi scampoli di Duemila tra un riff di Jack White e il canto indolente di un Casablancas. Un percorso, il loro, che sebbene non sia dei più prolifici ha in sé il germe del cambiamento, ravvisabile nella svolta avvenuta nel 2009 con It’s Blitz, album che vede gli Yeah Yeah Yeahs approcciarsi a sonorità sintetiche abbandonando almeno nel suo nucleo centrale quel pop-rock chitarristico foriero di successi sei anni prima.

Non un lavoro epocale, va detto, ma comunque base fondamentale di questo Mosquito, disco in cui sembrano convergere le esperienze passate seppur con tante, nuove vesti. Il tutto con un mood oscuro, intriso di misticismo e componenti personali, a segnare l’avvicendarsi degli undici inediti. Lo stile è sempre quello, caratteristico dei tre; tuttavia stavolta gli impulsi musicali cui fare riferimento sono più numerosi che mai, probabilmente troppi, a giudicare dall’altalenante incisività dei brani. Quel che emerge dai primi ascolti è, infatti, la natura estremamente “diluita” di questo lavoro, solo a tratti contrassegnato da episodi ispirati e per larga parte privo di sussulti.

Eppure “Sacrilege” è una buona partenza: la Orzolek rispolvera il suo peculiare registro vocale in continua trasformazione e offre una prestazione vocale degna dei tempi migliori, per poi passare il testimone ad un coro gospel che sublima il crescendo di intensità del brano. Intensità declinata in soffuso trasporto emotivo nella successiva “Subway”, tessuto strumentale dal sapore notturno e suoni metropolitani sullo sfondo come costante rintocco. Tra un ruggito e un sussurro il disco sembra prendere una piega più che interessante, invece il meglio è appena terminato: il resto non si rivela all’altezza e talvolta assume persino i tratti dell’autoparodia, come nella monotona title-track – in cui l’istrionismo di Karen O viene portato all’eccesso, con un risultato a dir poco irritante – o nel colpo mancato “Area 52”, unico vero brano rock del lotto malamente contornato di rumori e vocine da serie sci-fi di infimo livello. Neanche collaborazioni di lusso, come quella di “Buried Alive” col flow di Dr. Octagon e James Murphy (LCD Soundsystem) al mix, o momenti più intimisti come la conclusiva “Wedding Song” riescono a salvare questa traballante baracca.

Esaurito da tempo il moto di sorpresa verso la loro proposta musicale, quel che rimane è una scialba via di mezzo tra un superficiale slancio di rinnovamento e la continua riproposizione di certi stilemi. Forse piacerà agli adepti ma per chi vi scrive è troppo poco.

Voto: 5/10

Tracklist:

  • 1 · Sacrilege
  • 2 · Subway
  • 3 · Mosquito
  • 4 · Under the Earth
  • 5 · Slave
  • 6 · These Paths
  • 7 · Area 52
  • 8 · Buried Alive (feat. Dr. Octagon)
  • 9 · Always
  • 10 · Despair
  • 11 · Wedding Song

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