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Reloaded - Speciali e Monografie | Pubblicato il 2 luglio 2014

Quando ti manca l’aria e la noia sta consumando la tua pelle hai bisogno di stimoli forti, la tua mente necessità di qualche reazione per incendiare il piano padano, croce e delizia della tua adolescenza. Sono questi gli stati d’agitazione che seducono due ragazzi emiliani scappati a Berlino per tenere a bada i propri demoni, i due si riconoscono davanti ad una discoteca e cominciano a parlare. Si erano appena intravisti quando vagavano con diverse comitive per i locali dei dintorni di Reggio Emilia, un migliaio di chilometri possono fare la differenza. Uno è letteralmente fuggito da un istituto dove ha lavorato per cinque anni come operatore psichiatrico, ha lo sguardo spiritato e un modo di parlare che ti ipnotizza. L’altro è un tipo celebrale, dietro i suoi occhiali ci sono un milione di idee pronte ad esplodere. Benzina sul fuoco, una parola tira l’altra e poco meno di un anno di rodaggio consegnano al panorama musicale italiano uno dei gruppi più importanti e originali della sua storia.

C

Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni tornano da quell’incontro berlinese con un mare di punti interrogativi ma qualche certezza. Nelle orecchie i suoni berlinesi che si erano impossessati di loro: la fredda elettronica degli Einsturzende Neubauten, la verve dei D.A.F. (Der Mussolini) e soprattutto gli Ideal con la loro imprevedibile commistione di generi filtrati attraverso il punk. Negli loro occhi Berlino, una città divisa, contraddittoria, una polaroid della storia recente. La certezza più grande, però, è quella di mettere su un gruppo. Le parole di Ferretti vengono incastrare tra le scariche di chitarra di Zamboni mentre una drum-machine fa da contraltare al basso corposo di Umberto Negri. Non solo la musica. L’anima punk del gruppo passa attraverso il coinvolgimento del pubblico e allora i concerti diventano spettacoli, istallazioni dinamiche. Danilo Fatur e Annarella Giudici sono attori e attanti allo stesso tempo, entrano ed escono dai brani in scaletta, intrattengono, ammaliano. Il risultato è un’onda d’urto impressionante con la voce di Ferretti a salmodiare frasi asfissianti, ripetitive su ritmi martellanti.

Sconnessioni temporali, polaroid da un’altra vita, in altro secolo, altro millennio. C’era una chitarra grattugia, un basso melodico, io urlavo sempre. Un nervo scoperto, un’inquietudine fatta corpo; stati di agitazione in forma di canzone. Non professione d’arte ma impulso vitale soggetto a legge naturale: nasce, cresce, decade. Ogni volta dicevo: “Mai più”.

Siamo nel 1984 e bastano poco più di una decina di minuti per fondere tutto questo in tre canzoni, tre schiaffi in faccia venuti dal nulla. L’ep di debutto si chiama Ortodossia e si apre con “Live in Punkow”, un manifesto in cui scorrono in un’orda punk compulsiva Germania, Unione Sovietica, Emilia Romagna, Europa. Il tutto in cerca di una stabilità. Spara! urlato disperatamente da Ferretti lancia Spara “Jurij”, talmente esplosiva che un minuto e quarantasei secondi possono bastare. A chiudere l’esordio c’è “Punk Islam”, il mappamondo dei C.C.C.P. è quasi al completo, i Paesi dell’Est, quelli arabi, il centro di tutto però è Reggio Emilia. Il caos avvolge questa geografia riorganizzata, le culture diverse, le citazioni più disparate trovano posto nei versi di Ferretti. Il ritratto della band si completa l’anno successivo con un secondo Ep: Ortodossia II aggiunge soltanto un altro brano ai precedenti e viene distribuito nel Regno Unito dalla Crass Records. “Mi Ami?” è diventato nel tempo uno dei pezzi più amati dai fan del gruppo, ancora una volta il punto si focalizza sull’azione e sulla reazione. Smetti di parlare, avvicinati un po’. Compagni, Cittadini, Fratelli, Partigiani contiene questi primi due Ep e li arricchisce con altri quattro brani tra i quali c’è “Morire”, il primo pezzo che abbassa i toni rispetto alla furia punk dei precedenti. Non poteva essere diversamente per un testo che dispensa lodi a Mishima e a Majakovskij. Ma è tutto un bluff perché la fredda meccanica della società di fine secolo irrompe all’improvviso e tutto si ammorba in un produci, consuma, crepa urlato con rassegnazione. La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere. “Sono come tu mi vuoi” e “Militanz” sono altre due scariche punk da cui traspare l’arguzia di Ferretti nel tessere le parole e la massiccia muraglia sonora che si scatena, come ferraglia, su saliscendi vorticosi. Qua e la qualche pausa che sfocia in un’altra ripartenza. “Emilia Paranoica” è una cavalcata di otto minuti dal ritmo dilatato, ossessivo, nervoso che viene violentato da un’impennata incalzante di ritmo punk. A destabilizzare il tutto le splendide parole di Ferretti. Aspetto un’emozione sempre più indefinibile, teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi se tu ti proponessi di recitare te, Emilia paranoica.

Il 1985 è l’anno del primo disco: vero e proprio 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età è il titolo dietro al quale si nascondono dieci brani. “Morire” è l’unico pezzo che rimane intatto rispetto ai precedenti ep, “Mi ami?” ed “Emilia Paranoica” vengono ‘remiscelate’. Ad aprire le danze c’è “CCCP”, biglietto da visita schietto in cui i ragazzi scoprono subito le carte, Fedeli alla linea la linea non c’è. “Curami” parte piano, esplode e rimane sospesa in un’infinita cantilena urlata sono una terapia, sono una terapia, sono una terapia..

“Trafitto” ha una delle strutture tipiche dei C.C.C.P., una partenza drammatica e lenta che poi sfocia in una sfuriata punk. Mai dare per scontato Zamboni e compagnia bella, a metà di “Valium Tavor Serenase” irrompe uno stralcio di “Romagna mia”. L’inventiva post-moderna dei C.C.C.P. comincia a prendere forma, un germe di quello che ci sarà nei prossimi dischi e dell’evoluzione più naturale della loro musica. “Noia” e “Allarme” completano una tracklist il cui apice è certamente “Io sto bene”, un inno generazionale ormai.
Il disco vende bene, arriva la Virgin Dischi se ne accorge e il passo che li porta dalla Attack Punk Records alla major è servito. A fare da contorno tanti chilometri macinati e conseguenti live sui palchi più disparati della penisola. Per il primo lp Ferretti e soci dovevano fare i conti coi rumori dell’autostrada che disturbavano le registrazioni low-cost. Adesso non ci sono più problemi del genere, Socialismo e Barbarieviene anticipato dal singolo “Oh! Battagliero” e segna il primo passo evolutivo del gruppo: da un lato quanto fatto nelle precedenti pubblicazioni, dall’altro nuovi temi come quello cattolico in “Libera Me Domine”. “A ja ljublju SSSR” riprende l’inno Sovietico, c’è ancora l’Islam (“Radio Kabul”, “Inch’Allah ça va”) e il citazionismo di Ferretti fa il resto. “Tu Menti” usa l’ironia contro i Sex Pistols.

Siamo nel 1987 e arrivano le prime rare apparizioni televisive, uno spettacolo teatrale (Allerghia. Atto unico diconfusione umana) che non sortisce gli effetti sperati ma il gruppo continua la sua marcia trascinando con sé tutto e il contrario di tutto. Ne è un esempio l’improbabile ma riuscita “Tomorrow” cantata con Amanda Lear.

Gli anni Ottanta stanno tramontando e gli sconvolgimenti sociali si rincorrono sul quotidiano, i C.C.C.P. sono figli della propria epoca e i loro ultimi due album sono le istantanee di tutto questo: Canzoni preghiere danze del II millennio – Sezione Europa (1989) si apre con un canto tradizionale alpino, in copertina c’è la Vergine Maria alla quale viene dedicato anche un pezzo dell’album che garantisce un’inaspettata recensione su Famiglia Cristiana. Le tastiere soffocano le chitarre e l’elettronica tiene a bada il punk d’esordio. Quattordici brani forse sono troppi, “Vota Tafur” è un riempitivo discutibile mentre “And the Radio Plays” sta una spanna sopra tutto il resto, l’ironia rimane la stessa, “Fedeli alla Lira?” va dritta alla polemica di alcuni fan delusi dal passaggio alla major. Un mini-tour nell’Unione Sovietica con Litfiba e Rats permette di guardare il crepuscolo in maniera cosciente. Ferretti affronta il tutto con schiettezza: dopo aver cantato a Mosca, con addosso i postumi di una sbronza colossale, nel mezzo di uno spettacolo secondo me straordinario, con i militari in piedi durante A Ja Ljublju SSSR; che altro potevo chiedere?

Il blocco Litfiba costituito da Maroccolo, Magnelli, De Palma e il fonico Canali viene assorbito dal gruppo, nell’aria ci sono vibrazioni nuove, c’è da far testamento: Epica Etica Etnica Pathos è intriso di un’atmosfera malinconica, decadente, quello che c’era da dire è stato detto. Il titolo dell’ultimo disco dei C.C.C.P., pubblicato nel 1990, non è altro che l’unione dei sottotitoli dei quattro lati del vinile. Gli arrangiamenti sono più ricercati, “Amandoti” è una perla rara, “Narko’$” un richiamo a ciò che è stato. Ferretti nei propri testi abbraccia l’intimismo, il misticismo, non urla più, spesso sospira, il suo salmodiare sembra più un canto gregoriano.

Muore il comunismo, muoiono i CCCP.

In molti affermano che, più che l’ultimo disco di un gruppo, Epica Etica Etnica Pathos sia il primo di una nuova formazione, il cambiamento è già avvenuto ma c’è da codificare i gesti e le sensazioni, riorganizzare lo spazio e rincorrere la propria identità.

CCCP Fedeli alla Linea”, li soffocammo tra i calcinacci del muro di Berlino, mancanza d’aria. Una manciata di canzoni si coalizzò in fronte di resistenza rivendicando un’altra opportunità. Complice la malattia, tra un ricovero ospedaliero e una convalescenza in tour, la Musica si impose e la Tecnica dettò legge. Sul palco ottomila watt di basso martellante, chitarra armoniosa e chitarra disturbata, tastiere e pianoforte mezzacoda, batteria, percussioni, una voce d’angelo a contenermi ed aggraziarmi. Bello, molto bello: “oggi è domenica, domani si muore e arriva il Lunedì”.

C.S.I., la Comunità di Stati Indipendenti che sostituisce l’Unione Sovietica, il Consorzio di Suonatori Indipendenti che prima di tutto è una filosofia che si realizza attraverso un progetto, un’etichetta discografica, un gruppo musicale. La prima scintilla illumina il cielo notturno di Prato, sul palco Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali. I Disciplinatha e gli Üstmamò sono gli altri gruppi della serata. Bisogna prendersi le misure ma la stoffa c’è e si adagia bene sulle personalità dei cinque, qualche accorgimento e quel 1992 può considerarsi un nuovo anno zero.

La rifondazione musicale e concettuale prende forma lontano da quella Emilia che aveva dato i natali ai C.C.C.P., Ko De Mondo (una storpiatura di Codemondo, una frazione di Reggio Emilia) viene scritto e registrato a Le Prajou un maniero a Finistère in Bretagna.

Se tu pensi di fare di me un idolo lo brucerò canta Ferretti nel brano che apre il disco, “A Tratti” è una lunga marcia di percussioni e cantilene che esplode nel finale. A fare da contrasto a tutta la confusione e i suoni aspri dei C.C.C.P. c’è l’ordine e la pulizia del suono, le chitarre che fanno capolino nella prima parte per poi passare al centro dell’azione nella seconda, la voce di Ferretti è sommessa, non urla più come un tempo, ha preso coscienza del suo timbro e ha ritrovato una nuova identità, i suoi testi rimangono sempre delle poesie ricche di citazionismi e versi che sono delle vere e proprie fiammate in cui poche parole bastano a schiudere centinaia di significati. “Celluloide” infatti è un condensato di film in cui si alternano titoli, scene, personaggi di pellicole famose. “Del Mondo” è una struggente ballata scaturita dalla visione di un mondo contemporaneo debole e sconsolato. “Home Sweet Home” e “Occidente” sono le maschere delle altre due anime dei C.S.I., quella più rock e violenta e quella che si divincola verso il folk. “In viaggio” segna uno dei punti più alti del disco mentre a “Fuochi Nella Notte di San Giovanni” viene affidata la chiusura.
Lo stesso anno, siamo nel 1994, Videomusic propone al gruppo di partecipare al forma Acoustica, una sorta di Mtv Unplugged, i C.S.I. accettano. Ferretti sta malissimo, dice di aver detto di sì solo per i suoi colleghi, ad ogni modo le telecamere si accendono e le canzoni iniziano a scorrere. Qualche brano da Ko De Mondo, qualche altro ripescato dall’esperienza C.C.C.P. (“And the Radio Plays” e “Io Sto Bene” due perle in semiacustico) e una cover dei Marlene Kuntz, “Lieve”.

Linea Gotica viene pubblicato nel 1996 ed è il definitivo distaccamento dal passato, una riflessione allo stesso tempo storica e introspettiva che si dispiega lungo dieci brani, toni sommessi e qualche vampata, la prima è cupa e viene sospinta dal vento dei Balcani. “Cupe Vampe” inaugura il disco con voce e chitarra alle quali seguono un basso cadenzato, chitarre sinuose e un finale in tre quarti a ribadire la vena popolare che ha sempre affascinato i C.C.C.P. e i C.S.I. Il tema è quello dei roghi a Sarajevo, in particolare è la minaccia ai luoghi del sapere, la Biblioteca Nazionale, a colpire Ferretti. Uno dei risvolti della guerra civile jugoslava, un evento fin troppo vicino per rimanere indifferenti. Alla dimensione storica (Sarajevo appunto, “Linea Gotica” sull’occupazione nazifascista in Italia) si alterna quella personale: “Millenni” è una riflessione sulla Chiesa Cattolica, “Irata” una delicata carezza intrisa di pensieri di Pasolini, “Io e Tancredi” un brano sull’amore incondizionato di Ferretti per i cavalli e in particolare del suo. Tra i brani in tracklist trova spazio anche la cover di “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato che partecipa anche alla registrazione della canzone, rivisitata e rivoltata attraverso un arrangiamento che azzera la dolcezza dell’originale.

Un disco sussurrato, poetico, di pregevole qualità, introspettivo, uno degli album più belli della musica italiana. Ad ogni ascolto si è costretti a fare i conti con se stessi rimettendo in dubbio la propria linea gotica, il proprio punto di vista sul quotidiano.

L’imprevedibilità è uno dei concetti-chiave dell’epopea C.C.C.P./C.S.I., a Linea Gotica segue un viaggio in Mongolia che satura il rapporto Ferretti-Zamboni, gli anfratti asiatici lasciano qualche crepa nelle personalità che rientrano in studio per registrare un altro disco. L’esotismo dei luoghi visitati non influisce però suoi suoni. Il risultato è Tabula Rasa Elettrificata, un album ruvido, un rock che sfiora lo shoegaze in più punti, una violenza inimmaginabile. “Unità di Produzione” apre l’ultima opera in studio dei C.S.I. e rappresenta bene tutto questo: una strofa spigolosa, che ricorda “Emilia Paranoica”, un ritornello aperto, musicale. I contrasti sonori disegnano al meglio quello che le parole di Ferretti descrivono. Sostantivi e aggettivi si alternano spesso senza verbo: sogno tecnologico bolscevico, atea mistica meccanica. Le parole vengono scandite quasi a sillabe, un vortice che termina nella tabula rasa elettrificata che più che un nuovo inizio sembra proprio essere il finale apocalittico di una società sempre più meccanica, fredda e impersonale. “Brace” gode di un arrangiamento imponente, “Forma e sostanza” è un pugno sullo stomaco urlato e vigoroso: voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio e m’aspetta. Dopo un trittico di potenza sonora il disco si lascia andare a brani vellutati, “Vicini”, “Ongii” i più intimisti, “Gobi” lascia intravedere qualcosa su quello che sarà poi il progetto P.G.R., “Balorama” è struggente e splendida. “Accade” fa da ponte verso il finale del disco che in “Matrilineare” sembra proprio guardare indietro ai C.C.C.P., “M’importa ‘na sega” è puro rock sputato in faccia contro l’indifferenza.

Tabula Rasa Elettrificata arriva al primo posto in classifica in Italia per una settimana, un piccolo grande miracolo per una band alternativa. Il successivo tour fa tutto esaurito ovunque, Ferretti spesso canta con una benda sugli occhi, sta sempre più male, i rapporti si scoloriscono, si va avanti fin quando c’è un altro palco ma quando tutto finisce occorre un’altra esperienza forte. Per i C.C.C.P. era stata l’Unione Sovietica, stavolta è l’ex-Jugoslavia: i concerti a Mostar e Banja Luka sono eutanasia auto-inflitta. Dopo l’esperienza nei Balcani la necessità è quella di ricostruire la propria identità, la musica può aspettare. Zamboni si fa da parte, Ferretti si riscopre contadino e affronta una malattia che lo cambia radicalmente, Canali prosegue come solista, Maroccolo produce e prosegue coi suoi progetti.

Il silenzio viene interrotto nel 2000 con un disco solista di Ferretti, Co Dex è un disco elettronico di world music in cui l’abilità dell’ex C.C.C.P. e C.S.I. di artigiano delle parole rimane qualitativamente intatta rispetto al passato, la novità sono i recitati durante i brani, una novità che negli anni diverrà un marchio di fabbrica. Zamboni pubblica sei album tra il 2003 e il 2013, si dedica anche alle colonne sonore. Nel 2002 Maroccolo, Canali, Magnelli e Ferretti danno vita ai Per Grazia Ricevuta, li segue Ginevra Di Marco, la splendida voce che aveva accompagnato i C.S.I. nei live. I P.G.R. pubblicano tre dischi di qualità: Per Grazia Ricevuta (2002), D’anima e d’animali (2004) e Ultime notizie di cronaca (2009), nel 2010 Battiato prende in mano alcune canzoni e le riveste di nuovo, il risultato è ConFusione (9 canzoni disidratate da Franco Battiato). Rimane uno splendido gioiello, quel Montesole 9 giugno 2001 che è un live pregiato e sentito.

Residuo salmodiante che sussurra, modula, scandisce manciate di scongiuri, maledizioni, invocazioni, preghiere. Sono una terapia, sono una terapia, sono una terapia. “Ferretti è nato postumo” ha scritto Edmondo Berselli una sera a lume di candela sotto il firmamento a Montesole. Li si evidenziò che la mia volontà è poca cosa, c’è sempre un buon motivo o lo si trova e non è ancora finita, non è finita, sono una terapia, sono una terapia, sono una terapia.

Non è ancora finita. I C.S.I. senza Ferretti hanno annunciato un tour per l’estate 2014, nel maggio dello stesso anno a Reggio Emilia si è svolto un piccolo miracolo: Ferretti e Zamboni sullo stesso palco, assieme a loro Fatur e Annarella. La mostra fotografica su quest’ultima, all’interno della rassegna Fotografia Europea 2014, è stato il pretesto per questa sorta di reunion.

L’imprevedibilità è stato uno dei fili che hanno fatto incontrare questi personaggi e li hanno tenuti uniti sotto diverse identità, la musica è stato il filtro attraverso il quale far confluire storie di normalità quotidiana schiacciate dalla storia, il risultato è sempre stato quello di agire in maniera genuina.

I C.C.C.P. Fedeli alla Linea e il Consorzio di Suonatori Indipendenti sono state due realtà uniche nel panorama musicale italiano, due espressioni musicali diverse ma indissolubilmente legate a chi le ha seminate e le ha fatte maturare. Anche il tempo sta dando ragione all’inventiva, la capacità compositiva e la creatività fiorente che sbocciano dai dischi dei due progetti. Un punto d’intersezione tra il personale e il collettivo, tra l’ideologico e il pratico, poesia e schiettezza punk, niente di eclatante a parte l’esistere…

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Quello che deve accadere, accade (Michele Rossi, Giunti, 2014)

CCCP Fedeli alla Linea..e la linea non c’è!http://rudepravda.tripod.com/cccp/snow/snow.html

CCCP Fedeli alla Linea http://www.cccp-fedeliallalinea.it

Ko de Mondo – immaginisul finire della Terra (Richard Rossmann, VHS, 1994)

Giovanni Lindo Ferretti: «Non fare di me un idolo o mi brucerò», intervista a Il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/13/giovanni-lindo-ferretti-non-fare-di-me-idolo-o-mi-brucero/528777/

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