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Recensioni | Pubblicato il 23 giugno 2014

death grips - niggas on the moon the powers that b

Death Grips

niggas on the moon: the powers that b disc 1

Genere: Experimental hip-hop

Anno: 2014

Casa Discografica: Harvest / Third Worlds

Servizio di:

Li avevamo lasciati sul finire dello scorso anno con Government Plates ed eccoli ritornare alla carica con una nuova produzione. Quella proposta oggi, nello specifico, è la prima parte di un doppio album, intitolato niggas on the moon, che vedrà il suo completamento con l’uscita di jenny death sempre nell’anno corrente; come da prassi con i Death Grips qualunque altro dettaglio sarebbe di troppo, e quale modo migliore per attendere il post con tanto di link al secondo disco se non l’ascolto di quanto ha da offrirci questo the powers that b.

La curiosità stavolta non verteva su copertine o polemiche con etichette, bensì su una collaborazione illustre – quella con Björk – venuta a ripetersi dopo le valide rielaborazioni di “Thunderbolt” e “Sacrifice” a cura del trio californiano per ‘Bastards’ e confermata dai diretti interessati via Facebook. Il risultato, tanto per sgombrare il campo da facili entusiasmi, non è nulla di più di una voce campionata che si insinua tra le croste pulsanti beat degli otto brani. Un “found object”, tanto per rifarsi alle parole della stessa Guðmundsdóttir. Il che non la rende meno fascinosa, sebbene ciò si debba essenzialmente all’impianto sonoro più che all’effettivo contributo dell’artista islandese.

Rispetto alla precedente uscita, infatti, i Death Grips sembrano aver ripulito quel sound convulso che al netto di un buon numero di episodi riusciti non consentiva a Government Plates di spiccare il volo e configurarsi come un lavoro davvero all’altezza di Exmilitary o The Money Store. Qui tutto fila con maggior compiutezza senza per questo smentire quanto prodotto prima, siamo sempre nel loro campo da gioco fatto di paesaggi sonori distorti, disturbati e caotici a trasmettere in musica quel che vorrebbe comunicare un Bryan Lewis Saunders con le sue tele, o che potrebbe ben specchiarsi – traendone linfa – nel caos transculturale della Rete.

Dal canto suo Burnett ritrova spessore nei testi e li vomita in performance al solito viscerali, dalle fosche metafore oniriche di “Up My Sleeves” (My dead mother in my dream / Remember when December blew her ashes ‘cross my jeans) al sincopato bozzetto sulle dipendenze, sesso in primis, di “Fuck Me Out” (Get that call / Can’t hold the shit down [...] I used me a / Ain’t worth shit now; Death, fuck / Let’s fuck / Just don’t touch me / Just fuck, fuck me) passando per lo spaesamento di “Billy Not Really” e la rivendicazione artistico-razziale di “Black Quarterback” in risposta a colleghi e detrattori (I’m so black quarterback, parallel albino / Black quarterback in all black / He’s so one note), ricorrente fin dal titolo con la (presunta) parafrasi di “Whitey on the Moon” di Gil Scott-Heron e riscontrabile nella successiva “Say Hey Kid” (I do what my people would / Because my people would / But only if my people could / I would if my people would; Happy’s perfect, perfect’s tame / Tame and cashmere go together / Cashmere makes perfect better). Per poi chiudere, metabolizzato il break strumentale di “Have a Sad Cum”, col sarcasmo di “Voila” (It’s your lucky day, my shadow brûlées, voila / Aren’t you lucky fuck my shadow gush, voila) e della conclusiva “Big Dipper” (I’m a bit bewildered / I’m a fucking downer / I’m a binge thinner / I’m a Big Dipper).

La prolificità del gruppo, eccessiva per qualcuno, scopre in powers that b un buon alleato, personale e lucido al punto giusto da giustificare l’esistenza di una seconda parte, chiamata a suggellare il discorso intrapreso da niggas on the moon.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Up My Sleeves
  • 2 · Billy Not Really
  • 3 · Black Quarterback
  • 4 · Say Hey Kid
  • 5 · Have A Sad Cum
  • 6 · Fuck Me Out
  • 7 · Voila
  • 8 · Big Dipper

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