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Reloaded - Speciali e Monografie | Pubblicato il 3 settembre 2014

Ottobre 2004, alla Kitchenware Records di Newcastle arriva un demo di quattro ragazzi di Birmingham che si fanno che chiamare Snowfield. Due anni di attività, live, qualche colpo di genio di marketing autoprodotto da un lato ma un lavoro per sognare di l’indipendenza economica e tanta voglia di sfondare dall’altro. L’etichetta dice sì, c’è solo da cambiare nome. L’anno successivo è tutto pronto per l’esordio di The Back Room, l’esordio degli Editors.

L’equilibrio degli Editors si fonda su stereotipi post-punk e new-wave garantiti dall’ondata di revival degli anni ’00 e giù di lì. La voce baritonale e il muro di riverbero alla chitarra di Tom Smith fanno da contraltare alle rasoiate acute della chitarra di Chris Urbanowicz, dietro di loro una ritmica potente col basso invadente di Russell Leetch e le scorribande percussive di Ed Lay.

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Bullet è tutto e questo e un po’ di più. Il primo singolo rilasciato dagli Editors è un muro di suono cadenzato che parte con un riff potente, si distende su di una strofa delicata e riparte su di un ritornello meccanico e frammentario. La primavera del 2005 fa sbocciare Munich in tutta la sua decadenza, il secondo singolo della band alza un po’ il tiro, ritmiche più strette rendono il pezzo più claustrofobico, pericoloso, d’altronde

People are fragile things, you should know by now

Be careful what you put them through

Tra il 2005 e il 2006 le cose si mettono bene per gli Editors e quando la critica va a braccetto con il pubblico c’è poco da aggiungere. L’obbiettivo è il primo posto in classifica e per fare questo i ragazzi di Birmingham si chiudono in studio per due mesi, il discorso è semplice: affinare quanto fatto, spingersi un po’ più in la e semplificare qualche passaggio. Uno dei principali pregi dell’esordio discografico è certamente la facilità di ascolto di The Back Room. Il disco si apre con Lights, due minuti e trenta secondi di puro post-punk che sfociano in Munich, subito dopo arriva Blood col suo ritmo asettico ed un ritornello che scoglie la tensione della strofa. Fall è la prima pausa, un presagio: la capacità degli Editors di mettere da parte la furia sonora per stringere il filo spinato sul cuore. Sparks rimette l’asticella al posto giusto, alla fine tutte le scintille si consumano.

Camera è un altro brano premonitore: l’elettronica che non ti aspetti. Qualche anno più avanti il discorso varrà per un intero disco. Ascoltare la versione demo di questo brano fa capire quanto gli Editors siano capaci di migliorarsi in poco tempo. Fingers In The Factories riporta l’ascolto immediatamente sulle tracce del sound tipico di The Back Room, segue Bullets e Someone Says e chiude un trittico di brani a bpm alti e ritornelli in apnea. Open Your Arms è una perla in fondo all’oceano, dopo una stroffa sospesa arriva un ritornello che stringe il cuore: This lot has messed you around. A chiudere un altro pezzo lento che funziona in quanto diverso dagli altri grazie all’elettronica che ritorna di soppiatto, Distance non aggiunge nulla a The Back Room, quando inizia probabilmente l’ascoltatore sta già cercando il tasto di riproduzione disco.

Ad ogni modo l’obbiettivo è centrato: An End Has A Start esce nel giugno del 2007 e va dritto al primo posto della chart britannica degli album. Ad anticipare il tutto Smokers Outside The Hospital Doors, una batteria che respira, un pianoforte, fino ad ora appena accennato, che ruba la scena durante la strofa, un ritornello epico, con cori, chitarre alte, la claustrofobia si cura con gli ambienti aperti. Arrivano le partecipazioni ai festival europei, inizia lo splendido idillio d’amore tra gli Editors e Glastonbury. Arriva la titletrack del disco che, come per l’ordine di pubblicazione, e anche il secondo brano nella tracklist dell’album. Siamo in uno dei punti più alti degli Editors. Intro d’impatto, prima parte di strofa lasciata alle percussioni e alla voce in primo piano, seconda parte che prepara l’arrivo del ritornello fragoroso e d’impatto,. Lo special va ancora più a fondo, dopo il secondo ritornello diventa tutto più drammatico fino a quando viene tutto smorzato dalla voce isolata di Thom Smith, You came on your own that’s how you’ll leave. Difficile nascondere i brividi.

Il terzo brano in scaletta è The Weight Of The World, la cui versione demo, quella più dritta, era una veste più azzeccata rispetto a quella presente nel disco. Bones fa dimenticare la decadenza romantica e riporta i bpm a numeri alti, uno dei migliori pezzi scritti dalla band. In When Anger Shows è il pianoforte ad essere al centro dell’attenzione, si tratta di una canzone dolce e malinconica all’inizio che nella seconda parte fa prevalere la rabbia citata nel titolo. The Racing Rats è invece una cavalcata in stile Editors, ache qui il pianoforte in primo piano ma un ritornello e uno special perfetti consegnano all’ascoltatore un grande brano. Push Your Head Towards The Air è un’ottima pausa, una ballata in tre quarti che anticipa Escape The Nest, barocca in tutto, dall’arrangiamento alla struttura. Spiders è forse il pezzo meno riuscito, il classico riempitivo di cui ci si dimentica troppo presto, Well Worn Hand archivia il disco e lo fa con una dolcezza fuori dal comune, più decadenza che romanticismo.

Editors

Andiamo avanti per contrasti, abbiamo necessità di metabolizzare quello che ci succede, c’è bisogno di un hangover dopo una serata su di giri. Il passaggio dal secondo al terzo disco degli Editors fa leva proprio sulla differenza, arriva così il 2009 e l’elettronica. La rabbia claustrofobica di The Back Room, i suoni potenti di An End Has A Start sono lontani, adesso c’è la sera e una luce, c’è un Dio da trovare per giurarci su e poi c’è Londra, the most beautiful thing I’ve seen. In This Light And On This Evening è un disco che riporta gli Editors sui sentieri dell’esordio, quelli dei Joy Division/New Order dopo un secondo album che aveva spostato l’asse verso Echo & The Bunnymen e i primi U2. E’ il lavoro più dark, più riflessivo e intimista del gruppo ma anche quello più innovativo, più difficile da metabolizzare e meno asfissiante dal punto di vista della velocità dei brani e della loro durata. A spiazzare l’ascoltatore ci pensa già il primo singolo, Papillon è una cascata di synth che mettono in secondo piano quasi tutto. La batteria è ridotta all’osso, l’unico passaggio che non la rende completamente asettica è l’aggiunta dei sedicesimi al ritornello. Il basso è meccanico, la voce di Thom ancora più profonda e oscura. La lunghezza dei brani fa si che la tracklist preveda solo nove canzoni, la prima di queste è la title-track: In This Light And On This Evening apre con un arpeggiatore vintage e alterna momenti di voce e pianoforte a strumentali ricchi di synth, la seconda parte è un’esplosione di ritmo. C’è Bricks And Mortar che è un piccolo capolavoro, si vola bassi per poi crescere sempre di più: la batteria sempre essenziale e dritta, synth su synth, arpeggi che si alternano a cantati drammatici e sinistri, ritornelli che si aprono e sbocciano come fiori ma sempre in un’atmosfera sinistra e inquietante, rimane solo la speranza, I hope life is good for you. Non c’è un singolo in tutto il disco, si tratta di un monolite in cui imbattersi senza folgorazioni brillanti e immediate, è un flusso costante, nonostante i suoni siano diversi, per certi versi, il terzo lavoro degli Editors è molto più simile ad Unknown Pleasure che ai dischi dei New Order. You Don’t Know Love e The Big Exit si muovo su giri di accordi sghembi e un cantato irregolare che spazia dai toni bassi classici di Thom Smith al falsetto, usato di rado sin qui. The Boxer e Like Treasure sono probabilmente i brani più toccanti del disco. Eat Raw Meet = Blood Drool è tanto straniante quanto affascinante, Walk The Flee Road sembra essere perfetta per i titoli di coda, una marcia elettronica annegata tra synth e voci nel finale. La versione bonus del cd offre una manciata di b-side che approfondiscono quanto ascoltato fin’ora.

I soliti due anni di distanza che avevano caratterizzato le pubblicazioni dei primi tre album non vengono rispettati per The Weight Of Your Love. C’è il tempo per pubblicare la splendida No Sound But The Wind. A natale 2011 Thom Smith si da alla riproposizione in chiave acustica di cover assieme a Andy Burrows, già batterista dei Razorlight. Il disco, Funny Looking Angels, suona alquanto scontato, non aggiunge nulla alla carriera dei due ma garantisce loro qualche data europea e nuove influenze con cui avere a che fare. Il 16 aprile del 2012 gli Editors annunciano che Chris Urbanowicz lascia il gruppo per divergenze prettamente musicali, al suo posto Justin Lockey alla chitarra e Elliot Williams a tastiere, synth e chitarre.

Si scriveva di influenze e una versione piano e voce di Dancing in The Dark di Thom Smith qualche pulce all’orecchio doveva metterla. A Ton Of Love è il primo singolo della nuova era Editors, la voce di Thom Smith ha preso coraggio e urla a squarciagola, l’anteprima dell’album è un brano potente e rock in pieno stile Echo & The Bunnymen con annessi archi a rendere il tutto più barocco, è indubbiamente un pezzo che funziona e che ricorda quando Springsteen si respira durante le sessioni di registrazione. Attenzione a quel sax nell’ultimo ritornello per averne conferma.

In realtà The Weight Of Your Love è un disco che sicuramente fa guadagnare pubblico e ascolti agli Editors ma non c’è nessun innovazione nel suono, soltanto una strada scelta al posto di un’altra. E’ un passo indietro rispetto a In This Light And On This Evening, non lascia il segno come The Back Room e il manierismo del sound di An End Has A Start perde qui il suo fascino. Rimane la voce e il carattere di Thom Smith e questo si riversa nei live dove si trasforma in un animale da palcoscenico pur mantenendo la semplicità che lo contraddistingue giù dal palco. Al di là del singolo, non c’è un brano che giri come Munich, An End Has A Start o Papillon. L’inizio di Sugar sembra Army Of Me di Bjork, il ritornello non da spessore al pezzo come accade di default nei brani appena citati. Honesty si perde nel suo stesso manierismo, Nothing sembra un riempitivo poco convincente, Formadehyde si muove sui territori springsteeniani di cui sopra ma si ferma a qualche centimetro dal bersaglio. La vera perla è The Weight, un brano semi-acustico con un testo dark e drammatico, e The Sting, una b-side. L’impressione è che gli Editors non saranno mai più gli Editors, con Urbanowicz se n’è andata una componente notevole del gruppo, un aspetto preminente della personalità della band. Non è questione di nostalgia o dei discorsi stupidi del “erano meglio quando eravamo in quattro a seguirli” ma di Frusciante ce n’è uno solo e io, che sono uno di quelli che li ha scoperti per caso giocando a Fifa Street 2, sto con Urbanowicz. Vi lascio le arene e mi prendo In This Light And On This Evening, qualcuno ha scritto in merito agli Editors chiedendosi perché accontentarsi? Giusto, io non mi accontento: I’m in your garden, but I want a forest.

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