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Reloaded - Speciali e Monografie | Pubblicato il 15 luglio 2014

Il 15 Luglio del 1956 nasceva Ian Curtis, fiamma troppo accecante da domare e troppo debole da tener viva … Un personale omaggio proposto durante il Festival Internazionale di Musica Indipendente Beatscape, in collaborazione con  Anacleto Vitolo (Av-K).

ian curtis

9 Dicembre 1976- Electric Circus-Manchester. La gioventù britannica assiste allucinata alla rivoluzione punk, in quel frangente al suo apice. Sembra tutto scritto, inevitabile che il movimento di rivolta nasca propria sotto l’ordinata Monarchia Inglese, spinto da gruppi provocatoriamente anarchici quali Clash e Sex Pistols. Proprio il gruppo di Johnny Rotten ricopre un ruolo fondamentale per la nascita dei Warsaw prima e dei Joy Division poi. Quel 9 Dicembre, infatti, rappresenta il primo contatto tra l’eclettico Ian Kevin Curtis e quelli che diventeranno amici di un viaggio purtroppo breve, fatto di luci, ombre e soprattutto tante deviazioni. Poesia e Rock: questo l’intruglio allucinogeno creato dal giovane Curtis, alchimista abile nel diluire le urgenze punk di fine anni ‘70 in atmosfere sempre più rarefatte, cupe, introspettive e tese alla sperimentazione.

Gennaio 1978- Si parla per la prima volta dei Joy Division, un nome che da subito crea perplessità tra critici e non. Il nome, infatti, designava le prigioniere che nei lager erano destinate al piacere sessuale degli ufficiali nazisti. Un’occasione tremendamente ghiotta per la stampa inglese, che non perde tempo a far piovere sulla band ridicole accuse di filo-nazismo, così come già era accaduto con l’ambigua simbologia usata dai Pistols che sul palco portavano simboli dell’anticristo e svastiche in nome della vergine anarchia. Incuranti della critica e guidati dalle paranoie di Curtis, i Joy Division s’avviano alla fine dei Seventies a sovvertire le linee guida del Punk, maturando una sintesi chimica che porta alla nascita di un nuovo genere: il cosìdetto DARK-PUNK. Suoni semplificati che diventano glaciali, geometrici, tesi alla fuga. Echi di stanze disabitate, prigioni di manie depressive ove il tempo è scandito da ritmici tamburi battenti. Su tutto …  sul resto la voce ultraterrena di Curtis.

joy-division

 

L’ICONA TRAGICA DI IAN CURTIS. Aleggia come una presenza essenziale e allo stesso tempo ingombrante per la band. Fusione perfetta tra due poeti massimi degli anni’60: Jim Morrision e Lou Reed, cela nei suoi testi la propria visione schizoide del mondo, portando negli occhi spiritati, sulla sua pelle  i segni di una sofferenza taciuta ed esorcizzata tra pagine vuote di diari, dove puntuale ricorre quella dicitura inequivocabile:  “Il Grande Male”.  Il riferimento è a quella forma di stregoneria che lo legava con un fremito alla terra. L’epilessia, di cui soffre fin da bambino, scava un solco profondo nell’animo del giovane Curtis, che a guardarlo cantare dal vivo pare sia costantemente in cerca di un appiglio capace di placare quelle indomabili schegge impazzite che gli attraversano tutta la spina dorsale e ne condizionano la stabilità emotiva. Gelide lame schiacciano pensieri lucidi, che corrono alla purezza dell’infanzia come condizione indispensabile per potersi sottrarre alle bruttezze e storture del mondo. E’un viaggio rassegnato ma allo stesso tempo speranzoso, e che, citando il primo brano del primo album dei Joy Division, invoca aiuto o semplicemente coraggio per poter uscire dal torpore:  “Ho aspettato a lungo che arrivasse una guida e che mi prendesse per mano. Ho lo spirito ma ho perso l’emozione…”

Ma le tracce che portano alla vera essenza della band sono disseminate lungo i solchi dei due album “Unnown Pleasure” e “Closer”, che con la loro potenza espressiva consacrano da subito i Joy Division come cult-band del filone GOTH ROCK. Nell’algido vorticare dei piaceri sconosciuti si rincorrono brani come “DISORDER”, “INSIGHT” “SHADOWPLAY”, annichiliti dal timore e dalla sfiducia verso il normale esistere. La freddezza dei suoni e della voce echeggiano come rassegnata accettazione del frenetico vivere e scandiscono i tempi di una costante discesa negli abissi, fra ritmici palpiti. Segnato da una disarmante contrizione è “THE CLOSER”, secondo e ultimo album della band inglese. Testamento spirituale assoluto di Ian, sempre più sinistro e claustrofobico. Le vibrazione dell’album lacerano e allucinano, guidando l’ascoltatore attraverso ritmi tribali e marce funeree, efferati synth e parole che sono tonfi di rose nere. Il tema della fine attraversa tutto l’album con veste spettrale e appare come un presagio che di lì a poco si concretizzerà …

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18 Maggio 1980 – E’ la vigilia del primo tour americano per i Joy Division, un significativo trampolino di lancio per la band. Tuttavia nessuno avrà modo d’assistere a nemmeno una data di quel tour. Il divorzio dalla prima moglie, l’essere diventato padre così giovane, l’enorme ed inaspettato successo, hanno risvolti negativi sugli attacchi epilettici che iniziano a diventare sempre più frequenti. Prova di questo disagio è il suicidio tentato qualche mese prima con un sovradosaggio di medicinali, fortunatamente scampato.

E’ la tiepida alba di Maggio a sorprendere il corpo penzolante di Curtis, a mezz’aria, proprio come aveva sempre vissuto: con un piede sulla terra e l’altro in luoghi extrasensoriali. C’è un giradischi nella stanza vuota, ancora in funzione quando il corpo esanime viene trovato. La copertina del disco in rotazione svela un giovanissimo Iggy Pop con la scritta in grassetto THE IDIOT, primo album del beniamino di Ian. Forse per via delle atmosfere evanescenti del disco, completamente incentrato sulle tematiche dell’alienazione e nichilismo nell’era industriale, eppure la voce di Iggy risuona come un Requiem dedicato al Joy Division che dì lì a qualche minuto avrebbe valicato la sottile linea tra materia e spirito.

Gli occhi spiritati perdono vigore, il pallore trasfigura il volto in una maschera perlacea, il peso del corpo diventa sempre più asfissiante … Intanto la puntina continua a scavare solchi sul profondo disco nero. Le parole provenienti dai diffusori iniziano a confondersi : “Sebbene io provi a morire
Tu mi rimetti in carreggiata, Oh dannazione… E vedo la mia faccia qui ed è lì nello specchio, ed è su nell’aria e io sono a terra! “

Stride la punta su qualche imperfezione del disco. Voci e suoni non sono più distinguibili. Ogni cosa è eco di suoni ultraterreni, poi… il SILENZIO.

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Fa riflettere il fatto che dopo la scomparsa di Curtis, i restanti Joy Division abbiano preferito cambiare nome in “New Order” (Nuovo Ordine), per l’appunto, come a voler sottolineare un equilibrio impossibile da ritrovare senza quell’uomo che aveva spirito ma non riusciva a provare sentimenti. L’ultima traccia tangibile del passaggio di Curtis sulla terra è una lapide a Macclesfield, che recita una scritta  inequivocabile “Love will tear us apart again” -L’AMORE CI FARA’ DI NUOVO A PEZZI- 

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