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Recensioni | Pubblicato il 19 settembre 2013

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Chelsea Wolfe

Pain is Beauty

Genere: Dark-Folk, Goth-rock

Anno: 2013

Casa Discografica: Sargent House

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Vestita di rosso, in uno sfondo nero. Uno sguardo fisso e ipnotizzante. Braccia conserte, a rappresentare la chiusura e la riflessione. Chelsea Wolfe rende visivamente più vivace il colore dell’oscurità, ma continua ad esplorare nella sua totalità questo vasto mondo. Lo fa con il quarto album in studio dal titolo emblematico: The Pain is Beauty.

Nei suoi primo tre album, da Mistake in Parting del 2010 a Unknown Rooms del 2012, la cantautrice californiana ha mostrato la sua musica in maniera differente, svelando lentamente tutte le sfumature della sua efficace scrittura dark. In questo nuovo lavoro sembra raccogliere il tutto, un disco che da un senso di completezza rispetto alle sue enormi potenzialità.

Ritroviamo sicuramente l’anima gotica che trova la sua essenza sia nelle trame più ruvide (lo stato granuloso di “We Hit a Wall“) che in quelle con velate aperture melodiche (l’evocatività sinistra di “House of Metal“, i synth di “The Warden”); c’è la parte più frammentata che privilegia le distorsioni (le frustate e l’irregolarità ritmica di “Destruction Makes the World Burn Brighter“, la marcia di “Kings“, “Ancestors, The Ancient“) . E naturalmente emerge anche il suo lato più intimo, quello acustico, che eleva maggiormente il potere evocativo della sua voce (pensate ai livelli di raccoglimento raggiunti nell’inquieta “Reins” o alla solennità di “They’ll Clap When You’re Gone” e “Lone“).

L’atmosfera rarefatta di “Feral Love” trascina con se una ritmica frammentata nella quale si insinua la sua voce. Quest’ultima ha la sua massima espressione nel minimalismo di “Sick”, caratterizzata da un soffocato strato dronico. E’ spesso il contrasto ad avere la meglio: la tribolazione dell’arrangiamento di “The Waves Have Come” si integra magnificamente con la grazia vocale della Wolfe.

Siamo di fronte al lavoro che legittima definitivamente la cantautrice di Los Angeles: la versatilità d’approccio da vigore ai testi, donando un senso di realtà al racconto. Non più promessa, oramai rappresenta una certezza che incarna al meglio la figura moderna della “sacerdotessa” della cultura dark. A suo favore gioca il fattore imprevidibilità: due passi avanti verso la luce, due indietro verso la profonda oscurità. Il risultato non cambierebbe. E’ una questione di eleganza, fattore che crea un cerchio intorno alle sue composizioni.

Voto: 7,2/10

Tracklist:

  • 1 · Feral Love
  • 2 · We Hit a Wall
  • 3 · House of Metal
  • 4 · The Warden
  • 5 · Destruction Makes the World Burn Brighter
  • 6 · Sick
  • 7 · Kings
  • 8 · Reins
  • 9 · Ancestors, the Ancients
  • 10 · They'll Clap When You're Gone
  • 11 · The Waves Have Come
  • 12 · Lone

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