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Recensioni | Pubblicato il 22 marzo 2013

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John Grant

Pale Green Ghosts

Genere: Songwriting, Elettronica

Anno: 2013

Casa Discografica: Bella Union

Servizio di:

Per raccontarvi questo disco mi piacerebbe partire dal luogo di registrazione: L’Islanda. Sarà banale dirlo, ma chi ha potuto ammirare e vivere questo splendido posto (tra cui il sottoscritto) sa quanto impatto può avere sulla propria vita sia come punto di svolta che come spunto di riflessione. E nel caso di John Grant anche di ispirazione.

A tre anni dallo straordinario Queen of Denmark il cantautore statuintense,  ed ex membro di The Czars, caccia fuori tutti i suoi umori nel nuovo lavoro Pale Green Ghosts.  Ha scelto l’Islanda per affrontare i nuovi demoni tra cui quello della recente scoperta della sieropositività:. Un evento che ha messo in moto la macchina interna dei fantasmi che ci tormentano o che ci hanno arrecato dolore nel tempo. John Grant, con l’aiuto di Birgir Thórarinsson (GusGus) e la partecipazione di Sinead O’ Connor, accompagna all’eccezionale talento di scrittura una marcata evoluzione del suono rispetto al suo ultimo lavoro.

Infatti le trame folk, eteree e tenebrose di Queen Of Denmark sono ridotte a favore di un’elettronica volutamente invadente e ruvida che va ad alterare quella linearità e ricercata pacatezza che ha caratterizzato il suo sound in passato. L’interpretazione vocale resta intatta e resta punto focale per la riuscita di quest’album.

Di questa evoluzione avevamo già avuto sintomo nel brano di lancio ovvero la title-track “Pale Green Ghosts”, nella quale si può ascoltare la presenza consistente dei beat. E il testo da un’idea del tema della ricerca di se stessi come tema predominante: “Pale green ghosts at the end of May/Soldiers of this black highway/Helping me to know my place/Pale green ghosts must take great care/Release themselves into the air/Reminding me that I must be aware”.“Black Belt” canalizza l’elettronica alleggerendo l’atmosfera con ritmi sostenuti e quasi danzerecci. La manifestazione evidente di ciò avverrà in “Sensitive New Age Guy”, che insieme a “You Don’t Have To” (più cupa e dilatata) coglie le intenzioni synth-pop di Grant.

Sinead O’ Connor compare in quattro brani dell’album e non a caso in quei brani che esprimono il maggior equilibrio degli arrangiamenti e con l’elettronica che si ritira o è attutita come avviene in “GMF” o “Why Don’t You Love Me Anymore“. Ma il meglio viene con la toccante “It Doesn’t Matter to Him” e soprattutto con la conclusiva “Glacier”, il brano più apprezzabile dal punto di vista interpretativo e probabilmente quello che ha il più forte legame con Queen of Denmark.

L’elettronica è invece ovattata e trattenuta in “Vietnam”; invece in “Ernst Borgnine” anche se robusta e destabilizzante, viene compensata dall’elegante sax. Dal punto di vista delle liriche questo brano rappresenta in qualche modo il nodo cruciale, in quanto racconta in modo particolare la malattia: “Dad keep looking at me says I got the disease/Now what did you expect, you spent your life on your knees/It was never too late tell me what were you afraid of/Either the numbers in your head or get out will coop you later the calculator/I wonder what Ernest Ernie Borgnine would do“.

Pale Green Ghosts è forse meno diretto e teatrale rispetto al debutto: il suo merito sta nell’aver rappresentato la cupezza che ha ispirato l’album senza drammatizzazione e con una brillantezza dei testi che conferma il talento cantautorale di Grant.

Voto: 7,3/10

Tracklist:

  • 1 · Black Green Ghosts
  • 2 · Black Belt
  • 3 · GMF
  • 4 · Vietnam
  • 5 · It Doesn't Matter to Him
  • 6 · Why Don't You Love Me Anymore
  • 7 · You Don't Have To
  • 8 · Sensitive New Age Guy
  • 9 · Ernest Borgnine
  • 10 · I Hate This Town
  • 11 · Glacier

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