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Recensioni | Pubblicato il 28 novembre 2013

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Porcelain Raft

Permanent signal

Genere: Dream pop

Anno: 2013

Casa Discografica: Secretly Canadian

Servizio di:

Sono passati ormai due anni da Strange weekend, album che ha segnato una vera e propria svolta nella carriera di Mauro Remiddi aka Porcelain Raft, consacrandolo tra le novità più interessanti a livello internazionale in maniera quasi unanime. Il compositore romano, trasferitosi dapprima a Londra e poi a New York, città in cui attualmente vive, è stato abile ad attirare su di sé l’attenzione di media e pubblico grazie ad una serie di ep autoprodotti, per poi raggiungere un discreto livello di visibilità con quell’album d’esordio sopra citato, da più parti decantato per le interessanti sonorità sospese tra glitch e dream-pop.

Permanent signal arriva al termine di questo percorso, culminato in un lungo tour che ha tenuto Remiddi in giro per circa 8 mesi, per presentarsi come una sorta di punto di rottura con quell’esperienza. Da qui il titolo dell’album, a rappresentare l’idea di un segnale di comunicazione interrotta, quella comunicazione quasi impossibile con amici e affetti di tutti i giorni nel lungo periodo di assenza, spesso manifestata in conversazioni immaginarie che mai avrebbero preso vita nel mondo reale.

Così, a fine 2012, Mauro Remiddi vende molti degli strumenti utilizzati nei dischi precedenti ed inizia a dedicarsi al nuovo lavoro con una “nuova tavolozza di colori”: il risultato è Permanent signal, appunto, un album più organico rispetto ai suoi predecessori ma, forse anche per questo, meno sorprendente.

Il tema di fondo è sempre quello caro al pop più trasognante, farcito di elettronica e sintetizzatori utilizzati con la raffinatezza tipica di Porcelain Raft, come nelle due ottime tracce d’apertura “Think of the ocean” e “Cluster”, mentre più giocoso appare l’approccio a “Minor pleasure”, in una sorta di contrasto virtuale tra linee melodiche vicine al gospel e arrangiamenti synth-pop.

Dopo l’intermezzo ambient di “Open letter”, la scena si riapre per dare spazio a “Night birds”, brano che se nelle strofe non brilla per originalità, riesce quanto meno a recuperare intensità nei ritornelli e nella parte finale, andando a contrastare con le atmosfere elettroniche più cupe di “It ain’t over” e con le sonorità cariche di pathos di “The way out”, una delle migliori tracce del disco.

Con “I lost connection” non si sfugge alla più classica delle ballad dominata da voce e piano per poi entrare, infine, dopo l’altro intermezzo “Warehouse”, in più intricate e riflessive ambientazioni di stampo psichedelico, che chiudono l’album con l’accoppiata “Five minutes from now”-”Echo”.

Al termine dell’ascolto, però, qualcosa sembra mancare, forse più in termini di coraggio che di livello qualitativo tout court, e l’impressione è che Permanent signal si possa trasformare sì in un buon ascolto, ma privo della personalità del suo predecessore. Una sorta di stadio obbligato, in un percorso in continuo divenire.

Voto: 6,7/10

Tracklist:

  • 1 · Think of the ocean
  • 2 · Cluster
  • 3 · Minor pleasure
  • 4 · Open letter
  • 5 · Night birds
  • 6 · It ain't over
  • 7 · I lost connection
  • 8 · Warehouse
  • 9 · The way out
  • 10 · Five minutes from now
  • 11 · Echo

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