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Recensioni | Pubblicato il 23 giugno 2015

Holly Herndon

Holly Herndon

Platform

Anno: 2015

Casa Discografica: 4AD

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Di “Platform”, secondo disco dell’artista americana Holly Herndon, si è parlato e si continua a parlare ovunque. Basta una semplice ricerca su Google per accorgersi di quanto questo disco sia diventato un vero e proprio caso. Osannato in mezzo mondo, per esempio sparato da Pitchfork come Best New Music con un sonante 8.7, la sua carica non sembra ancora esaurirsi nonostante il disco sia uscito il 19 maggio ed era in ogni caso (casi chiaramente illegale) già reperibile online settimane prima. Già dal primo ascolto, sembra di trovarsi davanti a qualcosa di difficile, potente e spiazzante, ma andiamo con ordine, dando qualche coordinata iniziale.
Platform è uscito per la 4AD e già qui è necessario fermarsi un momento: etichetta di culto americana con un passato da rappresentante delle più belle sfumature eteree (il nome dei Cocteau Twins può bastare) e con un presente che la fa sembrare quasi una major per gli artisti a cui dà una casa (le cose più grosse dell’”indie”, gente come The National, Bon Iver, St. Vincent), ha deciso di pubblicare un disco come quello della Herndon che, attenzione, non è assolutamente un disco facile, anzi, è tutt’altro e che rappresenta una sorpresa all’interno del catalogo.

Holly Herndon electronic musician

L’ultimo album della Herndon, che è bene ricordare essere dottoranda al centro di ricerca Center for Computer Research in Music and Acoustics di Stanford e residente a San Francisco, così vicina alla Silicon Valley, è una sorta di disco pop elettronico d’avanguardia eppure, come stato notato, non troppo pop per divenire un sottofondo musicale passivo, né troppo d’avanguardia per essere veramente giudicato tale. Ma è anche in questa ambiguità che risiede la sua potenza. Dopo averlo definito importante, lo si può definire anche “attuale”, così attuale da sembrare proveniente dal futuro. Detto in poche parole, il disco va ad indagare i rapporti tra l’essere umano e la tecnologia, rapporti però intessuti da frequentazioni in altri campi teorici quali il design, la filosofia l’architettura e l’etnografia. Da questo punto di vista nulla di nuovo, sono anni che le scienze umane, l’urbanistica e l’informatica lavorano a stretto contatto. Eppure nel disco della Herndon c’è qualcosa di diverso, c’è quella constatazione che, una volta finito il disco, tutto quello che puoi ascoltare del 2015 è datato, vecchio o appartenente ad un presente-passato piuttosto che ad un presente-futuro. E poi, a livello teorica, manca del tutto dal senso del disco il pessimismo che normalmente può assalire studiando il rapporto tra uomo e realtà virtuale. Manca perché la stessa Herndon ha detto in molte interviste che ha stabilito con il suo computer un rapporto “emozionale”, il computer è la sua casa, le mail sono i suoi cassetti, Skype è il suo salotto ecc. Il senso di una canzone come “Home” risulta allora più chiaro partendo da questi punti fermi; il testo recita “I can feel you in my room./Why was I assigned to you?/I feel like I’m home on my own./And it feels like you see me.” ma non parla di un qualcuno in carne ed ossa, ma è invece ispirata allo scandalo delle intercettazioni telematiche dell’NSA che, immaginando un suo agente entrare nel laptop di Holly, se ne prende parte della sua anima. La concezione di abitare sta mutando in questi anni e “Platform” è una spia anche di questo. Modernità liquida, amore liquido, casa liquida, parafrasando Bauman.

pla

Il titolo stesso dell’album allude al concetto di piattaforma teorizzato dal designer e filosofo inglese Benedict Singleton, ovvero immaginare (e ne parlo in ogni caso da profano) la piattaforma come una struttura telematica modellabile dai suoi utenti secondo modalità, e conseguendo fini, non previsti dai designer. E la musica trasmette anche questo: in un ordine musicale e ritmico molto marziale e preciso, spesso i confini si dilatano (un po’ come quel grigio di copertina), la voce appare e scompare, le transizioni tra udibile e non udibile si fanno continuamente più labili e la musica assume nello stesso tempo un andamento algido e impetuosamente vivente. È il caso della bellissima “Chorus”, scelta anche come singolo prima dell’uscita del disco: apparentemente più immediata, la traccia si muova tra gli spunti elettronici che hanno una forma più “catchy” e che la rendono quasi ballabile, immaginandosi però in un mondo grigio metallizzato e continuamente in evoluzione, così come i beat e le interruzioni che popolano il pezzo. A supportare ancora questa concezione stanno i video musicali, vera e propria video-art, dove i confini tra corpi e macchine vengono continuamente attraversati e messi in discussione così come nella realtà (rigorosamente virtuale) in cui la simbiosi è sempre più viva. A questo punto però è importante notare che quello di Holly Herndon non è un ottimismo cieco e di facciata, ma un ottimismo che ha molto a che fare con la sua concezione della musica come via di fuga non dalla realtà ma dal soluzionismo bieco che il digitale ha preso oggi. Qui sta l’importanza della piattaforma come pensata da Singleton, nel bisogno, anche attraverso la musica (non è chiaramente possibile ridurre l’operazione di “Platform” al solo discorso musicale, ma deve essere intesa come quasi un “manifesto” artistico a tutto tondo, quasi come quelli di novecentesca memoria) di combattere l’apatia digitale che è sempre in agguato attraverso una rete non più centralizzata come nella Silicon Valley dove vivono i colossi Google, Apple e compagnia, ma teorizzando una società post-Silicon Valley che ripensi il bisogno di piattaforme comuni (e anche “Platform” è un lavoro comune tra Holly Herndon, il suo compagno e visual artist Mat Dryhurst, il filosofo Benedict Singleton), da cui partire per il futuro perché oggi, ed è quello che Herndon ha ribadito in diverse interviste con termini differenti, “capitalism is sucking the life out of everything”.

Un ascolto necessario per capire il futuro, un paradigma nuovo che prende forza per la prima volta a livello musicale e per cui non è vano scomodare nomi come Krafwerk, Tangerine Dream per la sperimentazione elettronica e Schaeffer e Boulez, ma anche Nono, per quella concettuale. Un ulteriore passo avanti rispetto ad operazioni comunque tentate in passato con esiti molto importanti da gente come AGF, Alva Noto e pure Bjork se si fosse meno persa nelle frivolezze degli ultimi anni.
Un’operazione colossale che mostra una nuova via al rapporto uomo-macchina come è stato inteso dagli anni Settanta fino ad oggi (fanno esclusione, tra gli altri, i racconti di Lovecraft e Philip K. Dick per esempio), un mondo post-musicale, post-elettronico e post-digitale dove tutti questi “post” stanno a sottolineare la mancanza di una definizione compiuta in se stessa e a manifestare la necessità, legata alla novità, di nuove etichette concettuali.

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