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Focus - New Music | Pubblicato il 15 gennaio 2013

Primo appuntamento dell’anno con  “Le Pillole di Pleasures of Unknown”. Non ci aspettavamo questo grande successo del nostro sito e in particolare di questo spazio per artisti emergenti. Il risultato è che riceviamo circa 15 richieste giornaliere di recensione. Come ben sapete, per noi scrivere è un hobby e non un lavoro. La redazione ha un numero ristretto di componenti e quindi per causa di forza maggiore non riusciamo a dare spazio a tutti i dischi che ci sembrano interessanti. Facciamo quel che possiamo. E’ così che nasce questo spazio con l’intento di segnalare quei dischi interessanti che purtroppo non abbiamo tempo di recensire in modo esteso.

molotoy

Molotoy – The Low Cost Experience (Modern Life/audioglobe, 2012). Molotoy è un progetto proveniente da Roma formato da Andrea Buttafuoco, Andrea Minichilli e Gianluca Catalani.Hanno debuttato a dicembre del 2012 con l’album The Low Cost Experience. E’ davvero un peccato averli ascoltati tardivamente perchè avrebbero trovato sicuramente spazio nelle nostre classifiche. La particolarità della musica sta nel fondere mondi completamente diversi tra di loro: il rock, l’elettronica e l’incantesimo degli strumenti ad arco che confluiscono in strutture post-rock. La cosa più affascinante è che di volta in volta un aspetto prevale sull’altro senza mai perdere la sintonia di fondo: ad esempio gli archi prevalgono maestosamente in un brano come “Kukkiko Ronf”e le strutture rock emergono in pezzi robusti come “Mussaka” e “Magical History Soup”. E poi c’è l’elettronica, l’arma a doppio taglio di questo disco e che sa essere invasiva al punto giusto come nelle ritmiche veloci di “We Are the Wolvo” o riesce a introdursi in punta di piedi come si può sentire in “Kukikko Ronf“. Ma il miglior brano dell’album è “Werther” che miscela in maniera equilibrata tutti gli elementi e convince anche per l’aspetto vocale. Voto: 7/10

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Stooop – Somewhere (Youthless Records, 2012). Stoop è un sestetto proveniente da Reggio Emilio composto da Diego Bertani, Marco Ponzi, Fabrizio Bertani, Carloenrico Pinna, Marco Parmiggiani, Simone Benassi. Somewhere è il loro terzo album e l’approccio all’album è stato di totale libertà verso la composizione, senza un’idea precisa. La mancanza di vincoli, in questo caso, paga e i risultati sono assai gradevoli. Il gruppo riesce a tirar fuori composizioni che riuniscono la tradizione (in particolare un aspetto cantatoriale che sfocia in architetture post-rock) all’elettronica che fa da elemento destrutturante. E’ una continua lotta fra melodia e logoramento di questa (come ad esempio si può ascoltare nella prima parte della title-track “Somewhere“). E questo fa emergere una tecnica e un livello di composizione notevoli. L’elettronica è spesso elemento preodminante ed essenziale come in “The Seeder” e “I’ve Got Time” ; altre volte è delizioso accompagnamento come nella splendida tensione di  “Golden Box” o nella delicatezza e sensibilità delle finale di “Shake and Disaster” che colpisce anche per la crescente intensità.   Voto: 7/10.


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Morod – 20 (Autoprodotto, 2012). Morod è un gruppo cagliaritano nato alla fine degli anni ’90 dalla mente di Tiziano Piu (voce e chitarre) a cui si sono successivamente aggiunti Alberto Pisanu (basso) e Fabio Muscas (batteria). 20 è il loro album di debutto.  Il decennio in cui sono nati ha influenzato molto il loro suono e la loro musica gira intorno alla scena post-grunge.  La base è buona: tecnica discreta e buona impostazione vocale. Ma le otto composizioni spesso soffrono di una certa ripetitività ( e a volte manierismo) nel quale si riflette una conseguente stanchezza. Il Meglio lo si può sentire soprattutto nei pezzi più melodici come ad esempio “I’m Losing in the Uk” e sopratutto “Tired” (il miglior brano del disco). Buona anche la strada intrapresa con “Sickness” nel quale la band si lascia andare ma senza esagerare. Risultato finale gradevole ma si può fare molto di più iniziando a pensare fuori da certi schemi.Voto: 6/10.


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Blooming Iris – Field Ep (Autoprodotto, 2012). Blooming Iris è un quintetto romano formato da Nicolò Capozza (voce), Daniele Razzicchia (chitarra), Fabrizio Avizzano (chitarra), Guglielmo Sacco (basso) e Giordano Valdarchi (batteria). Il progetto nasce nel 2010 e Field è l’ep di debutto. Il gruppo ha un potenziale che in questo ep viene sfruttato poco. Basta sentire l’ultima traccia “Hello Wonderland!” e il resto dell’ep. Il brano racchiude tutte le qualità della band: la capacità di costruire il suono in maniera più elaborata senza banalizzare il suono; la capacità di armonizzare lo stesso adeguandolo alla spiccata connotazione melodica della voce. Invece negli altri brani si parte bene nelle strofe e si semplifica eccessivamente nei ritornelli con risultato un pop-rock qualunquista. Seguendo la strada dell’ultimo brano i risultati potrebbero rivelarsi interessanti. Voto: 6/10.

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Paisley Reich – |Dive| (Autoprodotto, 2012).  Restiamo nell’ambito della ricca scena romana con i Paisley Reich, quartetto che ha da poco pubblicato un ep intitolato |Dive|. C’è una forte componente pop nella loro musica ma l’interesse della band deriva dal fatto che riesce a dare più direzioni al suono con influenze che prendono spunto da correnti quali l’indie-rock (nel brano d’apertura “Dazed” e in “Flow“) e retaggi della colma e satura scena shoegaze (la cui influenza si può sentire soprattutto in “Margot” e nella più distesa “Slow Things Down“).  Totalmente derivativi ma promettenti.Voto: 6,2/10.


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Lullabier – Fitoterapia (Oltrelanebbiailmare, 2012). Lullabier è il progetto solista di Andrea Vascellari, cantautore proveniente dal Veneto. E’ stato pubblicato da poche settimane il suo terzo album Fitoterapia. Si tratta di un concept album che “Affronta il problema della chiusura in se stessi, attraverso il racconto metaforico di un uomo che abbandona la società civile per andare a vivere in solitudine nel bosco, scoprendo troppo tardi che la stessa natura umana porta alla socializzazione”.  Un tema suggestivo per un altrettanto suono caratteristico: le pulsioni cantautoriali e acustiche si fondono con field recordings e distorsioni  e suggestioni semi-ambientali. Buona la scrittura e l’interpretazione vocale. Una malinconia senza drammi o banalizzazioni con un elevato impatto emotivo che viene rispecchiata soprattutto in brani come “Vuoto” Verde“, le due perle dell’album.   Voto: 6,5/10.


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