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Recensioni | Pubblicato il 23 ottobre 2013

Oneohtrix-Point-Never-R-Plus-Seven

Oneohtrix Point Never

R Plus Seven

Genere: Post-idm, Strange-world music

Anno: 2013

Casa Discografica: WARP

Servizio di:

Daniel Lopatin descrive sempre la sua musica in modo semplice, dando poco risalto alla ricerca minuziosa che è invece la parte più importante per la resa del suo suono, tanto peculiare quanto impegnativo. Non crediate che basterà dare una rapida scorsa alle dieci selezioni per impadronirvi di un segreto tanto gelosamente custodito. Servono molteplici ripetute, faticose ed estenuanti, poi, un po’ alla volta si rivelano per quel che sono: paesaggi descritti in quadri astratti e figurativi allo stesso tempo. Prendono forma alternative forme di energia mentale.

Si potrebbero assimilare le composizioni ai pensieri disordinati che la nostra mente crea senza sosta, a ripetizione; quelle scariche di pura schizofrenia organizzata che inarrestabili ci permettono di (s)collegare il mondo esterno a noi stessi. C’è il suono ’80 degli spot commerciali e del Fairlight di Peter Gabriel (il primo campionatore e generatore di suoni tanto cari a McIntosh poi diventata Apple) e delle tribalità tecnologiche di Eno e Byrne su una texture post-rock (Tortoise) dei ’90 ma ci sono soprattutto le ricerche dei maestri del suono concreto del 900 e dei demiurghi della Warp (che lo ha diligentemente arruolato). La disamina è densa altrettanto quanto lo sono i componimenti del geniale transfugo russo di stanza a Brooklyn.

“Boring Angel” si apre al mondo reale come una sinfonia cinematografica ariosa e ripetitiva a là Philip Glass, l’organo dopo l’interruzione è spiazzante oltremodo; “Americans” looppeggia ad 8 bit su atmosfere alla FSoL tra raggi Gamma e didascalie di voci analizzate da uno spettroscopio vocale, fra il rumore e la melodica ascesa mistica, verso una luce cupa e distonica, una celestiale creatura narra di passati regni e telex sincopati abbozzano sproloqui tubulari. “He She” è il borbottio della stessa creatura nascosta al mondo degli umani, tenuta a bada con arie sincopate e traditrici; “Inside World” puntualizza la voglia di comunicare attraverso una lingua aliena e i suoni disfunzionali di un vocoder scaduto.

Poi finalmente gli elementi sensoriali cercano una via alternativa e la natura aiuta la percezione fino al compimento della narrazione extracorporea. Per “Zebra” la semplicità dell’esecuzione filtrato-pianistica si avvale della ritorsione spazio-temporale che torna su se stessa più volte dandoci una percezione di finitezza quasi armonica ma perpetuando la validità del discorso con estese zone di ombra silicica, che fluttua nell’etere bassa e melliflua; nel finale tortoisiano si prende fiato (bellissima). “Along” è la risacca in una mattina tersa che diffonde raggi tenui ma luminosissimi che arrivano agli occhi accompagnati da soavi sciacquii, nel mentre si svegliano gli esseri che si credeva andati persi nella notte elettronica, solito finale deflagrante tra i risolini (?) di presenze estranee. Più ritmato del dovuto, l’iperteso “Problem Areas” assume sfumati sarcastici ed epicamente sguaiati, si alza di tono e aumenta la propria peculiare psichedelica attrazione su note scostanti.

Il nemico del suono etico è “Cryo”, resettato su frequenze extra-mondo, manipolato da altre intelligenze, ma che in definitiva propone il suono più pulito dell’intero disco, idm e oltre. “Still Life” ritorna sulle spiagge sabbiose della mente con prepotente catarsi, illumina e oscura alternando note profonde e discese kraute, sibilline sibille declamano su vuoti astratti e sintetici che piano piano ci allontanano da ogni forma di musica (sin qui) conosciuta: ancora gli immensi Future Sound of London come riferimento unico e prezioso ma anche qualche retaggio industrioso più che industriale (magnifica elegia spontanea tra poesia e dissoluzione). Infine “Chrome Country” che parte Blade Runner ed arriva Ligèti, nel mezzo si spinge sull’acceleratore nucleare, sui tasti dell’emozione acustica, sui giochi di sponda di altre elucubrazioni celestiali mentre un magma sonoro prende la forma del pensiero utopico/utopistico/ontologico di un’idea di musica sovraesposta essenziale e ridondante: nel liberatorio, disperato ed evocativo finale di organo c’è tutto il rispetto per il canone, ma anche la spontanea genialità di chi vuole andare oltre. Se Replica era il sublime, questa ennesima sublimazione non è troppo lontana dal capolavoro!

 

Voto: 9/10

Tracklist:

  • 1 · Boring Angel
  • 2 · Americans
  • 3 · He She
  • 4 · Inside World
  • 5 · Zebra
  • 6 · Along
  • 7 · Problem Areas
  • 8 · Cryo
  • 9 · Still Life
  • 10 · Chrome Country

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