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Recensioni | Pubblicato il 7 giugno 2013

Random Access Memories

Daft Punk

Random Access Memories

Genere: Funky, disco, electro

Anno: 2013

Casa Discografica: Sony

Servizio di:

E’ di giorni fa l’uscita del nuovo disco dei Daft Punk, Random Access Memories (RAM). Finalmente. A forza di anticipazioni su anticipazioni, leaks e controleaks, il disco era già venuto a noia prima ancora che uscisse. Ora tutti ne parlano. Chi giura di averli ascoltati da sempre, chi dice di averli snobbati e adesso riscoperti. Per qualcuno RAM è il disco dell’anno; per altri un album qualunque. Noi di Son of Marketing ci limitiamo a considerarlo più semplicemente come un lavoro ben fatto, concepito in modo così raffinato e preciso da sembrare fatto a tavolino. Ovviamente, registrato e suonato da paura. Riposti sampler, loop station e altri attrezzi elettronici, il duo parigino sfodera chitarre funky, bassi disco e sintetizzatori che tanto ricordano le opere musicali di Moroder, Alan Parson e di tutto ciò che sta a metà fra l’analogico e il digitale. RAM è un disco “suonato”. Niente campionatori. Qui si fa sul serio. Potremmo definirlo ipertrofico.

Già dal titolo s’intuisce la volontà, o se vogliamo metterla in termini artistici, l’urgenza di ripescare nella “memoria” musicale del passato tutto lo scibile in ambito ritmico, dalla dance anni ’70 al progressive orchestrale. La canzone dedicata a Giorgio Moroder, ne è un esempio. La voce del celebre musicista italiano ripercorre le vicissitudini giovanili che lo hanno avvicinato al mondo dei synth, allora concepiti come incredibili strumenti del futuro.

Non mancano trovate eccessive o di puro autocompiacimento, ad esempio soli di batteria e chitarra dal gusto un tantino discutibile. Ma i Daft Punk piacciono anche per questo: un po’ geniali e un po’ “tamarri”. Ci sono brani che scivolano via senza lasciare alcun ricordo di sé perché privi di uno stile convincente, talvolta perfino ridondante, pronto a ripresentarsi con nonchalance in altri pezzi del disco. Eppure, più l’ascolto di RAM si rinnova, più si ha la sensazione che stavolta il duo francese voglia davvero farsi “ascoltare”, ed essere apprezzato per ciò che scrive e interpreta. Sono passati i tempi dell’elettronica fatta col tocco di un dito. Troppo facile. Adesso si suona. Perciò noi curiosoni ascoltiamo.

Give life back to music più che una canzone di apertura è un vero e proprio inno al nuovo stile Daft Punk. Perfetta per una festa su una terrazza in riva al mare. Chitarra funk cadenzata e l’immancabile inconfondibile vocoder innestato perfino sulla voce di Casablancas in “Instant crush“. Inutili le critiche sull’eccessivo uso del vocoder. Esso fa ormai parte dello stile e del loro  personale immaginario. I due si credono robot umanizzati, per cui, quale voce possono emettere due tizi muniti di caschi scintillanti che vanno a giro vestiti di tutto punto? L’eterno conflitto fra umanità e tecnologia si ritrova anche nel testo di Touch, canzone assai complessa dal punto di vista strutturale, fornita di un intro drammaticamente sintetico. “Get lucky” con Pharrell Williams raggiunge il momento più alto e “figo” di tutto RAM. Irresistibile singolone/tormentone su cui è stato già detto tutto. Per dirla con uno slogan: ballare non è stato mai così facile. Con “Motherboard il gioco si fa più interessante. Si tratta di un oscillante capolavoro ritmico composto di sospensioni e riprese sonore condotte con raffinata dolcezza. A seguire l’incalzante “Doin’ it right scritta a sei mani con Panda Bear, il quale riporta l’ascolto su un piano elettronico più contemporaneo e probabilmente meno ambizioso, rispetto ad altri brani come “Contact in cui non si capisce cosa i due musicisti francesi vogliano dimostrare. L’acceleratore è spinto al massimo, ma alla lunga sfinisce e l’equilibrio si spezza. Un po’ come il finale del disco.

Dopo questo tedioso excursus, annunciamo che il nuovo disco dei Daft Punk non è il disco dell’anno, come invece giornalisti influenti hanno gridato in lungo e in largo per convincere il pubblico che si tratti davvero di un simile capolavoro. Questo perché i più si aspettavano un disco “diverso”, così “diverso” da non riuscire neanche a spiegare come. Anche gli stessi musicisti e la casa di produzione ci hanno messo del loro, fra pacchetti stampa top secret ultra sigillati in stile CIA contenenti i cd da inviare ai critici musicali, agli incessanti tam tam mediatici che, nei mesi precedenti all’uscita del disco, anticipavano in pompa magna i grandi nomi e cognomi degli artisti che avrebbero collaborato all’album. Il risultato è stato aver infiammato a dovere gli animi degli ascoltatori per un disco senz’altro ottimo, ma che non aggiunge niente di sorprendente alla discografia dei Daft Punk, assurti di punto in bianco a nuovi messia della musica contemporanea. Ecco cosa riesce a fare un’accorta strategia di mercato.

Sebbene l’album riveli la volontà di abbandonare il digitale e tornare a suonare strumenti a corda e a tasti, dimostrando che si può continuare a fare musica dance senza necessariamente intraprendere la solita via elettronica, è pur sempre un disco alla Daft Punk, chiaro e riconoscibile fin dalle prime note. Gli stilemi del loro linguaggio musicale restano quelli. Nessuna evoluzione. Nessuna innovazione. Nessun disco dell’anno. Casomai un gradito ritorno sulla scena dopo otto anni di silenzio. Con RAM si torna indietro nel tempo; a un passato rivisitato in chiave moderna da accogliere e ascoltare con estremo piacere.

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Give life back to music
  • 2 · The game of love
  • 3 · Giorgio by Moroder
  • 4 · Within
  • 5 · Instant crush
  • 6 · Lose yourself to dance
  • 7 · Touch
  • 8 · Get Lucky
  • 9 · Beyond
  • 10 · Motherboard
  • 11 · Fragments of time
  • 12 · Doin' it right
  • 13 · Contact
  • 14 · Horizon

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