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Dischi DOC | Pubblicato il 23 aprile 2014

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Talking Heads

Remain in Light

Genere: Elettro-Avant-Funk

Anno: 1980

Casa Discografica: Sire

Servizio di:

Il segreto di un disco eterno, come credo si possa dire del quarto dei Talking Heads, va cercato nelle vicissitudini che portarono alla sua creazione. David Byrne si fa un po’ da parte, si erge ad osservatore privilegiato ma allo stesso tempo, non molla mai il timone, anche se stavolta si può, si deve, parlare di opera collettiva, perché di fatto lo è: una gestazione travagliata che prevede varie opzioni, una felice sintesi di queste direzioni diverse porta a un capolavoro della musica moderna nell’accezione più post-modernista del caso.

Remain in light è una discesa vertiginosa alle origini del suono nelle sue forme più elementari; è il tentativo di risalire al battito primordiale della Terra per evocare la magia rituale del ritmo perfetto. Se la sperimentazione dalle influenze black già messa in campo dalla band newyorkese nel precedente Fear of Music aveva generato un’intuizione dal sapore avantgarde, in questo quarto disco emerge la più ardita – e alta – spirazione del work in progress attuato in collaborazione con Brian Eno. L’“ingegnere” contemporaneamente  in azione con Byrne nel progetto “My Life in The Bush Of Ghost” (che uscirà nel 1981), adotta anche per la stesura del nuovo lavoro dei TH il medesimo metodo taglia/modella/sovrapponi dello sperimentale parallelo.

La parola d’ordine non è trovare una melodia a tutti i costi per ciascuna delle tracce in lavorazione ma amalgamare gli ingredienti ricavati dai materiali sonori più disparati: l’afrobeat di Fela Anikulapo Kuti e il reggae (?), rumori elettronici anticipanti l’(ab)uso del glitch, gorgheggi e/o urli, bassi in slap sovrapposti decine di volte, percussioni tribalistiche di cerimonie voodoo in combinazioni con pad sintetici, chitarre distorte e distopiche che lacerano lo spazio (profondo), glaciali e solari aforismi vocali dialoganti tra loro, il tutto stratificato e sovraccaricato fino ad ottenere un nuovo oggetto sonorizzante dai caratteri alieni.

La quantità sovrumana di “oggetti” serve appunto a costruire l’ossatura delle canzoni che da schegge impazzite assumono piano piano la dignità di brani, all’interno di una geniale partitura… dell’assurdo. E nel certosino lavoro svolto per dare equilibrio all’intera performance, gli attori principali (Eno-Byrne-Frantz-Weymouth-Harrison) si fanno affiancare da illustri deuteragonisti per dare ancora più colore al già frastornante arcobaleno sonoro: Adrian Below, José Rossy, Robert Palmer, Nona Hendrix, Jon Hassel. Il sound è inquieto, schizzato, onirico, proiezione di una dimensione musicale extraterrestre, a prima vista poco conciliante miscela di canti – tesi e deliranti – cori e latrati innaturalmente accostati a una sarabanda eccessiva e cacofonica, tuttavia perfettamente scandita e assemblata.

L’impatto è circolare, la prima e l’ultima traccia – distanti anni luce – diventano però perfettamente accostabili: dal ballabile tumulto ritmico di “Born Under Punches” ci si avvia verso la profonda trance post(punk)atomica – col fantasma di Ian Curtis a far da testimone di pietra – di “The Overload”. Nel luminoso/ numinoso cammino, della durata di 40 minuti, si inseguono senza lasciare un attimo di tregua: “Crosseyed and Painless“, schizoide, balbettante funk traslucido invaso da colpi di genio che rappano alla maniera di Kurtis Blow, “The Great Curve”, sei minuti di africanerie e ritmi (psycho)killer torturati dall’arte chitarristica sporca di Below, mentre mille voci in assoluta libertà invocano un dio dimenticato dagli dèi e dagli uomini, ”Once in a Lifetime” è il gospel multietnico che anela al nuovo millennio con trepidante vigore su una base cristallina ma ancora disturbata – eccellentemente – dalla seicorde truccata Roland del solito Adrian; “Houses in Motion” è un rapping byrniano che si lascia sovrastare da una virtuale messa in scena teatral-drammatica dove entità benigne e maligne all’unisono fanno da coro e il sonoro è ugualmente suadente e malefico, “Seen and Not Seen” si adagia sulla scia di una cometa, rilasciando frammenti cosmici e tenui detriti composti di dolci nenie e splendidi camei etnici, “Listening Wind” parte da una tablas fuori luogo e si inerpica su picchi di eccelsi movimenti sintetici – saltellanti e rumoranti – mentre il miglior David Byrne canta di una splendente primavera araba fino a rilasciare un lacrima nella sabbiosa terra di nessuno mediorientale, una ballata bellissima che fa a pugni col resto e nella sua aria rilassante sciorina la crudezza di un testo tutt’altro che banale.

“The Overload” meriterebbe una disamina approfondita per quel suo essere avulso e contrastante, e già per questo perfetto ad accompagnare l’ascoltatore fuori dal territorio minato di questo magico disco: da un improbabile minareto di cristallo, forse posto tra il monolite nero di Kubrick e il mare pensante di Tarkovskij, si diffonde un canto solenne, onirico e sofferente ed epico, il quale annuncia che anche stavolta forse ce la faremo a sopravvivere… nonostante l’essere umano abbia dato il peggio di sè per portare al collasso il pianeta, anzi l’universo intero (il testo è liberamente, anzi forzatamente interpretato da chi scrive).

Il disco mantiene solida la sua eccellenza atemporale: in tanti anni non ha infatti ceduto di una nota. E solo i Radiohead (e la “testa” non è un optional) più sperimentali riusciranno a misurarsi ad armi pari… per ora.

Voto: 10/10

Tracklist:

  • 1 · Born Under Punches (The Heat Goes On)
  • 2 · Crosseyed and Painless
  • 3 · The Great Curve
  • 4 · Once in a Lifetime
  • 5 · Houses in Motion
  • 6 · Seen and Not Seen
  • 7 · Listening Wind
  • 8 · The Overload

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