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Recensioni | Pubblicato il 23 dicembre 2013

burial rd

Burial

Rival Dealer

Genere: Future Garage

Anno: 2013

Casa Discografica: Hyperdub

Servizio di:

This is the moment when you see who you are

Dal suo primo album per Hyperdub, Burial si è reso primo rappresentante di una Londra nebbiosa ma vitale, dando vita ad un nuovo filone di UK Garage. Ormai da tre anni siamo soliti attenderci qualche sua release verso l’approssimarsi dell’inverno e anche questa volta non siamo stati delusi. Con Rival Dealer, quarto EP dopo l’uscita di Untrue, cessa però quell’eleganza stilistica che lo aveva reso un artista di culto, cessa quell’ermetismo espressivo che aveva sempre preferito l’evocazione alla parola. Siamo davanti ad un lavoro fortemente comunicativo e ad una nuova musicalità più dirompente e sfacciata. La tematica principale che percorre le tre tracce, la lotta alle proprie insicurezze e l’accettazione di se stessi, pare trovare un perfetto riflesso in una metamorfosi musicale che porta il producer ad abbandonare i precedenti notturni in favore di sonorità facili e scintillanti.

La titletrack che apre il disco ci presenta sin da subito gli esiti di questa rottura col passato. Sebbene l’estesa durata del brano sia usuale sin dai tempi della collaborazione con i Massive Attack (Four Walls / Paradise Circus, 2011), Burial abbandona qui la tradizionale linea 2-step in favore di una jungle molto più robusta ed innestata su una bassline prepotente. Campionamenti sommersi e caldi fruscii si intrecciano in una corsa rapida, in cui la confessione d’amore “I’m gonna love you more than anyone” ciriconsegna l’immancabile brama triste che esplode, ma spaventata rinuncia, ed infine si ritrae nella propria distanza (“Baby you will find the light / Baby you feel: I’ll never see you again“; Kindred EP). La fuga si interrompe a metà canzone, spezzando distintamente il pezzo, in perfetto stile Truant /Rough Sleeper. Si riprende con un incedere più lento e sporco che dopo circa due minuti si perde nuovamente in una riflessiva coda ambient. Ritroviamo in questi ultimi minuti la nota grazia compositiva, le parole in fuga, i synth notturni e quella malinconia tanto delicata e tenue da sapere di felicità. Ed in effetti assistiamo all’espressione più luminosa della sua produzione, i giorni di speranza dei poeti. Quell’urbanità immensa e perenne, quel senso di amore verso le difese del buio vengono oggi dissipati da una esplorazione coraggiosa e diurna, e nel ritrovare se stessi non più dietro ad un vetro ma nelle strade, fra la gente.

This is the best way to go, that way, you can see the city lights brighter than ever

Sin dal primo album omonimo Burial ha vissuto Londra ed i suoi più alienanti aspetti come una condizione necessaria, senza occhio critico ma come unico palco sul quale muovere i suoi burattini follemente amanti, sempre insoddisfatti, eternamente ed irriducibilmente soli. La speranza si è cercata non tanto nelle persone stesse ma in una forza esterna e divina, nella seducente trascendenza del sacro, nell’Archengel. Mai si avverte disperazione cieca nei suoi pezzi: le ombre sono sempre associate alla luce, lento e veloce, danza e contemplazione, reale e soprannaturale si associano come metà inseparabili. E si avverte in questi nuovi tre brani la definitiva discesa dell’angelo protettore: “come down to us” chiude la prima traccia e dà il nome all’ultima. Ma il dialogo non pare rivolto ad altri se non a se stessi, in un sofferto processo di auto-accettazione che fa di questa luce terza la perfetta via per la propria realizzazione. Così è facile rileggere anche quel “ti amerò più di chiunque altro” in chiave riflessiva, come gli altri versi che in un gioco di specchi si ripiegano su un dialogo interiore fra due identità distinte: “I’ve been watching you / I want to be you / This is who I am”.

Questo brano prende le distanze dal sound consolidato ma vi riesce senza commettere errori. Una rottura, ma ben ragionata e strutturata. Del resto non sarebbe esistita accusa peggiore dell’immobilismo per un artista di un simile livello, fra i principali nomi non solo del panorama Future Garage ma dell’intera scena elettronica. Tuttavia dopo il primo episodio Rival Dealer cala progressivamente di livello. “Hiders” si pone come intermezzo fra le due lunghe tracce iniziali e conclusive e, in un primo momento, saremmo portati a collocarlo fra quei brani ambient senza cassa e nebbiosi come Night Bus (ritroviamo infatti la pioggia nell’intro) o Endorphin. Il cantato ed una dolce base di piano sembrano ricreare una nuova coperta contro il mondo, ma una inaspettata batteria in 4/4 à la M83 spezza l’atmosfera e ci ricorda che stiamo ascoltando il Burial del 2013, imprevedibile e spavaldo. Sebbene differenti dal passato, le novità finora introdotte appaiono pensabili, ma questo stacco improvviso di così facile effetto sembra incompatibile con la sua cauta raffinatezza. L’emotività a cui ci ha abituati Burial (che probabilmente ha raggiunto la sua massima complessità espressiva proprio nell’EP precedente) è sempre stata distante da simili banali espedienti. Ogni suo brano si propone portatore di un’infinità di significati, di una molteplicità di piste e suoni che emergono e si perdono, i quali ci permettono di trarre, con attenzione, piacere da ogni composizione anche dopo moltissimi ascolti. Qui invece l’interpretazione è persino superflua, il senso schiaffato e la musica volta a suscitare un facile effetto.

Questa direttiva viene raccolta anche nell’ultimo pezzo, con ogni probabilità il momento più pop della carriera del producer britannico. “Come Down To Us” ripercorre le tappe della metamorfosi, prendendo le mosse da “Sorry, I’m Lost”, passando per “There’s somthing out there”, intorno al decimo minuto, frase tratta dal film Alien che apriva Loner (secondo brano di Kindred) fino a una “you’re not alone” che ribatte immediatamente al solitario. E sono sitar, xilofoni e crescendo dal sapore natalizio ad accompagnare questa apertura. L’improprio esuberante straripare di motivetti scintillanti ci allontana bruscamente dal vecchio ricercato minimalismo: la traccia (che degrada minuto dopo minuto), anche questa volta presentata come una suite di momenti bruscamente separati tra loro, sfrutta le riprese in modo enfatico per sorprendere l’ascoltatore con melensi tintinnamenti e un complesso ordito di motivetti catchy vagamente hip-hop volti a suscitare un patetismo pacchiano. L’angel più volte chiamato nella canzone illumina ogni istante di una gratuità a cui mai Burial ci aveva abituati; curioso notare come la nuova cura del trascendente allontani come non mai il suono dal suo tipico astrattismo. Ad ogni modo non si tratta di una produzione pessima, nè mal realizzata. Una sofferta lotta interiore, mal seguita dalla controparte musicale, vena ogni momento della lirica, sebbene in questo episodio si giunga per la prima volta ad una pacificazione. Inoltre la mano dell’artista rimane pur sempre ben visibile, il tipico tuning sulle voci, gli effetti e le perfette polveri di suoni restano ben individuabili. Manca tuttavia quella acuta sensibilità da osservatore del mondo e la finezza da realista nel cogliere le atmosfere. Sentimentale e luccicante, un perfetto sottofondo di qualche grande magazzino a Natale.

La scissione interna risolta grazie al dialogo col sacro sembra non ridursi ad una dimensione puramente concettuale, ma fa riferimento anche ad una controparte fisica e sessuale. In particolare l’ultimo lunghissimo sample di “Come Down To Us ci mostra il difficoltoso processo di auto-accettazione della regista transessuale Lana Wachowski ed il senso di inadeguatezza da sempre conferitole dal giudizio delle persone. Si può del resto ascoltare, anche nella prima traccia, l’importanza conferita a Burial a questo inedito tema:“It’s about sexuality, it’s about showing the person who you are”. L’analisi di questa particolare tematica ha spiazzato gli ascoltatori e la critica inducendo molti a pensare, vista la specificità della questione, che l’artista londinese stia in realtà affrontando un problema estremamente personale, ed il totale e schivo anonimato dietro cui si è sempre celato desta ulteriori dubbi. Del resto si tratta di una questione non poi così irrilevante dal momento che potrebbe fornire una chiave interpretativa di molte sue opere. Ma durante il programma radiofonico di Mary Anne Hobbs, sabato 14 in mattinata, è stato letto un comunicato dello stesso Burial riguardante l’ultimo EP: “I put my heart into the new EP, I hope someone likes it. I wanted the tunes to be anti-bullying tunes that could maybe help someone to believe in themselves, to not be afraid, and to not give up, and to know that someone out there cares and is looking out for them. it’s like an angel’s spell to protect them against the unkind people, the dark times, and the self-doubts”.
Forse questo messaggio serve a chiarire come in realtà l’intento del producer fosse più universale, e a sedare l’immenso polverone creatosi. Rimane il fatto che mai Burial in questi anni era intervenuto commentando le proprie produzioni, apparendo sempre distante e quasi un’entità irreale.

In conclusione, in un anno in cui Machinedrum con Vapor City si rivela più Burial di Bevan stesso, Rival Dealer ci consegna una musicalità più luminosa ed intraprendente, meno ermetica e da un animo spiccatamente anni ’80-’90, esperimento che però in parte spoglia l’artista della sua raffinatezza compositiva.

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Rival Dealer,
  • 2 · Hiders
  • 3 · Come Down To Us

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