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Live report | Pubblicato il 23 novembre 2013

Carico di rammarico per essermi perso le giornate di giovedì e venerdì, giungo a Torino nel pomeriggio di sabato e raggiungo la nutrita compagnia accampata in loco da giovedì, la quale non manca di farmi presente quanto Holden, Haxan Cloak e Hopkins siano stati divini nei precedenti giorni. Alla “Fondazione Sandretto Re Rebaudengo” si tiene un’intervista aperta di Resident Advisor al nuovo duo Sherwood & Pinch. Segue poi la presentazione del progetto A Great Symphony For Turin in cui Kode9 e altri vari figuri alacri insieme al buon Vaghe Stelle ci insegnano come il field recording sia stato inventato la notte prima e di come questa scoperta li abbia portati a comporre pezzi ambient su campionamenti in cinque siti della città. Un team di producer compone ispirandosi al luogo a ciascuno assegnato, ed il Signore Hyperdub supervisiona i lavori da Londra. Poi, in esclusiva planetaria, assistiamo alla meravigliosa “sinfonia” realizzata proprio da Kode9. Traccia di una noia tremenda che l’insoddisfatta aspettativa di ascoltare anticipazioni di qualche nuovo lavoro di Burial (come avvenne l’anno scorso) rende persino irritante. Continuano a parlare del progetto. Intanto fiumi di hipsterelli tutti seri accorrono per nutrire Instagram di qualche altra diapositiva del io c’ero.

great symphony

Ce ne andiamo e torniamo per il live di Forest Swords che si tiene nella medesima stanza delle interviste: una piccola aula a gradini in stile universitario che rende l’esibizione squisitamente intima e vicina ad una lezione di poetica musicale in cui l’artista illustra alla sua classe la propria concezione di musica. Le luci si abbassano e la magia inizia. Visuals magnifici si spostano da ballerini impegnati in danze spaziali a scenari urbani ed industriali, dando vita ad uno spettacolo quasi cinematografico. Matthew Barnes accompagnato da un basso gioca con le sue composizioni facendoci assaggiare le atmosfere psichedeliche del recenteEngravings e di Dagger Paths, introducendo i brani scelti con delle intro ovattate, dall’ormai consueto odore di polvere e stregonerie orientali. Il concerto viene strutturato in tre atti: nel primo si scivola da una “Rattling Cage polverizzata ad una “Thor’s Stone” da togliere il fiato; nella seconda il trip-hop dissonante di “The Weight of Gold” viene dilatato per dieci minuti, fino a sfumare in una quasi irriconoscibile “Miarches”; a chiudere, come speravo, viene posto quel monumento di poesia musicale di “Friend, You Will Never Learn”, probabilmente il brano che più ho amato quest’anno. Applausi e appagamento.

Tempo di una pastasciutta e di un viaggio nella ZTL torinese in cerca di altri membri dispersi di una compagnia di cui ormai ignoro confini e componenti, e ci spostiamo alla Fiera del Lingotto. John Talabot ha già abbandonato un main stage ancora non troppo gremito ed i Fuck Buttons ci danno il benvenuto distendendo le loro lunghe ed ariose cavalcate elettro-noise su tutto l’immenso padiglione. Le sagome del duo di Bristol sono proiettate sul maxiscermo mentre la setlist passa in rassegna tutti i pezzi più noti, da “Brainfreeze” a “Stalker”, da “Olympians” a “Surf Solar”. Devo dire che conosco pochi artisti in grado di fare un uso tanto allegro del rumore (in tal senso escluderei il loro primo LP): il suono si apre sul pubblico in modo pulito e luminoso. Forse non così ballabili, forse non così interessanti dal vivo (pochissime le variazioni dai pezzi in studio), ma senz’altro divertenti, ed il miglior viatico per ciò che ci attendeva.

 

A questo punto non mi dispiacerebbe muovermi verso la Sala Rossa per ritrovare Vaghe Stelle, ma mi accorgo che il pubblico è triplicato e Four Tet ha appena guadagnato il palco. Dunque stiamo a vedere che combina. Pling plong pling, detsruttura, scompone e ricompone i suoni, fa quello che piace a lui, glitch e minimalismo totale. Proviamo a ballare ma non ci riusciamo. Osserviamo ancora per un quarto d’ora uno spettacolo noiosetto, un’IDM troppo intelligent e poco dance. Compare velocemente il nome di Burial sullo schermo, come se la mia paranoia per l’innominato di casa Hyperdub non fosse già da ricovero clinico. Quanto si diverte, “uhuhu poi chissà cosa penseranno”. Infastidito da un Four tet saputello e molesto, stacco un drappello dalle fila e mi dirigo alla Sala Rossa, una sauna tossica in cui Sherwood & Pinch divertono il (poco) pubblico con scariche di bassi e un dub spaventoso. Un set che ho apprezzato moltissimo, cupo ma vitale, quello che speravo da loro. Finalmente ci muoviamo un po’, ma dopo mezz’oretta decidiamo di prendere una boccata d’aria (ore dopo avremmo rimpianto quel clima) e ritrovare il riccioluto inglese sul grande grande palco che intanto si è incattivito, trasformato in un DJ da rave che martella il pubblico a suon di techno e cassa dritta, accompagnato da luci minacciose. Ha smesso di ammiccare su Burial, ora sveglio, la tazza di caffè se l’è bevuta; e allora possiamo anche ballare.

Non passa molto che i Diamond Version (ovvero Byetone insieme ad Alva Noto) conquistano la consolle e iniziano un set minimal (ma nemmeno poi troppo) techno con effetti visivi notevoli. Non che ci dispiaccia, porelli, ma Kode9 dalla Sala Rossa ci chiama. Sfortunatamente non ha chiamato solo noi e quella sosta tutta spintoni per guadagnarci un gin tonic molto tonic e niente gin, ci impedisce di entrare causa sovraffollamento. Ma noi siamo testardi e non demordiamo. Infatti bene o male c’è chi esce, e così riusciamo ad intrufolarci. Immediatamente capiamo perché le gente se ne andava. La sala che prima avevamo definito sauna è ora mutata in un’insalatiera lavica di sudore e fumi di cannabis, in cui, esperto e perfettamente a suo agio, il producer inglese alterna tutti gli stili che l’Hyperdub ha esplorato in questi dieci anni di attività. Un live intenso, veloce, divertente da ballare e da ascoltare. Sa quando colpire, sa quando fermarsi, sa divertirti con riferimenti di ogni tipo.

Dopo circa quaranta minuti di pur piacevole agonia decidiamo di salutare Kode9 perché tutto sommato dell’ossigeno abbiamo ancora bisogno. A questo punto ci imbattiamo, appena fuori dalla sala rossa, in un furgoncino adattato a discoteca (un piccolo terzo palco, avamposto del festival Amore Music Experience che si terrà a Roma) che sollazza un manipolo di quei tamarri che in ogni contesto riescono a trovare la spazzatura. Sorprendente è constatare come il Club To Club riesca a soddisfare ogni genere di utenza, dai cultori della minimal, ai patiti di dub, fino a questi simpatici casi umani. Ovviamente ci uniamo a loro.

Ancora un piccolo rinfresco prima che i bar chiudano i rubinetti e ci avviciniamo alle primissime file del mainstage per ammirare splendide collezioni di occhi rossi e il teatrale avvento con grafiche lunari dei tedeschi Modeselektor. Divertenti che di più non saprei. Fanno ballare come nessuno prima un padiglione ormai colmo fino all’inverosimile e giunto caldissimo all’apice della serata. Banali, simpatici, festaioli, cassa dritta e saltelloni. Dopo il singolone lento “Rusty Nails”, ci allontaniamo dal caos della pressa. Intanto ai lati del capannone la gente incomincia ad accasciarsi stravolta o strafatta. Il duo di Berlino continua a tenere benissimo il palco per tutta la durata e a fare della folla ciò che più desidera, con ritmi house e bassi pimpanti.

Prima che abbandonino la consolle ci regaliamo un panino e l’esibizione di Machinedrum che intanto sta scaldando i motori nella già bollente Sala Rossa. Quello a cui assistiamo è un set ispiratissimo, rapido, notturno, oscuro. Travis Stewart ricama sul bellissimo Vapor City invenzioni di ogni tipo, supportato da  visual psichedelici e da quell’atmosfera cupa e umida che ormai da ore accompagnava le esibizioni degli artisti. E’ vivissimo e noi siamo lì con lui. Mi lascio trasportare chiudendo gli occhi: le tracce dell’album paiono quasi irriconoscibili, se non per le basi, ma ogni alterazione risulta perfetta, mai un errore, mai una suono che non realizzi le aspettative che si creano, brano dopo brano.

Dopo quasi un’ora di estasi torniamo al palco principale dove ormai la situazione pare essersi fermata a due ore prima: solito sound da festa, solo che stavolta sul palco c’è la house di Julio Bashmore. Torniamo a saltellare e a divertirci mentre il pubblico inizia lentamente a sfollare. Arriva puntuale “Battle for Middle You” e lui, un puntino umano in un palco spropositato, continua a pestare senza porsi troppe domande. Infine si chiude tutto con delle linee più sintetiche che ho davvero apprezzato. Anche questo live, dal quale non sapevo cosa aspettarmi, mi ha felicemente sorpreso: Bashmore sa come far divertire e tener vivo un fuoco che rischia di spegnersi. Intanto si sono fatte le cinque del mattino. Mi scuso per alcune descrizioni frettolose, ma non ricordo esattamente ogni momento alla perfezione.

c2c programma sab

Non più freschi come rose, ci riuniamo per l’ultima volta nella Sala Rossa. Il mio rammarico più grande, a fine serata, sarà l’essermi perso il set di Ben UFO che stava iniziando sul mainstage. Allo stesso tempo, forse la gioia maggiore è stata l’essermi goduto integralmente un sorprendente Andy Stott. Con in testa ben presenti le collose tracce di Luxury Problems, veniamo subito sorpresi da un sound piuttosto rapido, ma confortati dal familiare incedere sensuale ed avvolgente delle linee di basso. Di gente ce n’è ancora molta e nessuno si tira indietro. Del resto quella coperta techno fumosissima impedisce ad ogni presente di restare impassibile. Mi godo a pieno questo ultimo canto del C2C, lento quanto serve ma brillante da tener svegli. Le luci viola e rosse ed il basso pulsante inseriscono la stanza in una nuvola di ovatta senza tempo né spazio, e con delicatezza il signor Stott ci consegna alla morente notte torinese. Saluti ed arrivederci. Con il fortunato sottoscritto alla guida, torniamo a Milano senza prendere fiato; il miraggio di un letto.

Questo Club To Club 2013 è stato il più importante festival italiano dell’anno, inutile girarci intorno. Da anni siamo costretti a recarci a Budapest, Bruxelles, Londra, la Foresta Nera, Barcellona o chissà dove per prendere parte ad eventi del genere. Certamente parliamo esclusivamente di elettronica, ma mi devo complimentare per  gli organizzatori per aver garantito (questa volta come mai prima) una lineup da sogno, raccogliendo molto del meglio della scena contemporanea in una tre giorni (più uno) organizzata benissimo e senza intoppi. Questo anche grazie al British Council, che ha contribuito a portare in Italia i migliori talenti inglesi. Palco all’altezza, location perfette per disposizione e capienza, pubblico presente e vario, buona l’alternanza tra dj set, interviste, concerti ed altro ancora, come l’iniziativa della Great Symphony. Spero che questa nostra eccellenza non si perda e che non resti troppo vincolata al suo main sponsor che non potrà garantire in eterno la realizzazione di un simile evento.

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