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Recensioni | Pubblicato il 16 aprile 2013

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The Knife

Shaking The Habitual

Genere: tech-etno-pop, Industrial, Ambient,

Anno: 2013

Casa Discografica: Rabid Records

Servizio di:

La creatura bicefala svedese, formata dai fratelli Karin e Olof Dreijer, ritorna dopo una pausa durata sette anni; di fatto invece non ha mai smesso di “esistere” utilizzando altri moniker e, con la sigla madre, sonorizzando una pièce teatrale. La scelta di una terza maschera, dopo quella elettro-pop del primo approccio e quella techno-dark della conferma, non stupisce più di tanto, e nemmeno il fatto che sia dannatamente più drammatica delle precedenti. Tuttavia,  questa volta servono ben novantasei minuti per esaurire quel rito iniziatico cominciato proprio coi primi due dischi.

In questa occasione urgono molti più espedienti per smuovere lo spettatore, ipnotizzato dal rapidissimo corso della normalità, narcotizzato dalla prolungata esposizione ai suoni massificati di pc, smartphone o tv: il satiro e la ninfa (sempre poco disposti a far intravedere le proprie fisionomie) agitano sempre più le acque in una inquietante danza che cambia ad ogni batter di ciglia, che si scompone, si decompone e si rigenera; rumoreggia e ozia, tamburella e martella, fino a non somigliare più solo alla musica che esce dal (nostro) lettore ma a una colonna sonora, sempre più plausibile, del maledetto mondo circostante.

Una proposta indecente per non farsi fagocitare dal marasma di hyper-trofica banalità basata sul veloce scambio/cambio di informazioni, perlopiù atte a banalizzare lo sforzo più minuscolo in un concreto controllo multimediale. Una tecnica conosciutissima, usata da altri marpioni sonori, tramandata sottilmente ai più ricettivi allievi di una scuola occulta: l’Occidente e l’Oriente si fondono, e con loro il Nord e Sud, fino a ottenere la perdita di ogni connotazione spazio-temporale; gli anni Sessanta, i Settanta, gli Ottanta… e via.  Sempre più vicino a noi, attraverso un viaggio che non risparmia nessun luogo della mente o della musica “altra”: Ummagamma, i Cabaret Voltaire, My Life in the Bush of Ghost, i Claire Obscur, Conspiracy Technology International, Scott Walker, GY!BE, Autechre, Vasilisk, Steve Reich e solo per citare “qualcosa” in ordine sparso.

E’ un crogiuolo di sostanze sonore che comprende l’isolazionismo, l’ambient, l’etereal, l’industrial, il noise, la techno, l’idm, la world, il folk, le nuove ritmicità sghembe o altro generico (trans)genere che sia; il suono si espande e implode in una camaleontica performance imitando sia un rito globale che un sabba per pochi eletti, poco importa, ce n’è abbastanza per (ri)disegnare il mappamondo ideologico e ontologico della musica stessa, in tutte le sue espressioni e senza che i Knife tradiscano nemmeno una volta la propria (forte) matrice musicale.

Il suono ha sempre l’effetto in bassa fedeltà della presa diretta, altamente performativo tanto che, una variazione o un passaggio, potrebbero non essere più gli stessi all’ascolto successivo, come in un virtuale “videodrome” (cit. Cronenberg) che cambia nella nostra testa, come un virus in evoluzione, ciascun passaggio è visibile e invisibile a seconda dell’ascolto e dell’ascoltatore. Cambiamento o morte, sembrano gridarci i suoni che pervadono l’etere circostante, ti accorgi di quel riff, di quella melodia, di quel ritmo solo quando è passato, lo dimentichi e quando ritorna, lo volta dopo, non sembra più lo stesso. Meraviglioso artificio transgender sonoro che si adatta alla nostra predisposizione, in ogni sua micro-partitura, tutto è fatto per corrispondere a un impulso, dopo un reset percettivo.

Forse solo il singolo “per bene” A Tooth For An Eye rappresenta una mirata normalità, il resto è composto da molti “lunghi” e indaga minaccioso con una esaustiva visione globale della musica; c’è tempo per la danze – frenetiche – di Raging Lung (dove il simil-sax isolazionista è efficacissimo) e Networking, ieratica e ipertrofica nel suo liquido sobbalzare; Full Of Fire ricorda le trovate oblique di Bjork, A Cherry On Top (tiritera industrial teatrale) si contrappongono le possessioni tribali di Without You My Life Would Be Boring e Wrap Your Arms Around Me (etnica ed eterea in forte odore di Dead Can Dance); ci sono poi gli antipodi temporali del disco: la sorprendente microtraccia di 57 secondi (Crake) e i quasi 20 minuti di Old Dreams Waiting To Be Realized: la vera sorpresa del disco coi suoi movimenti lenti e nerissimi che allunga le proprie ombre infernali in modo insopportabile su chi non è avvezzo agli esoterismi sonori di gente come Vidna Obmana, Raison d’etre, Current 93 (prima maniera) o Steven Stapleton.

Stay Out Here (10 minuti), ancora canovaccio industrial, ancora groove attorcigliati, ancora sofferenza che prosegue imperterrita e lancinante anche in Fracking Fluid Injection; nella finale Ready To Lose si assiste a una quasi ballata, dove emergono esalazioni di world-music (Peter Gabriel) e invocazioni sciamaniche del grande nord iperboreo. Accelerazioni, pause, voci (virtualmente Bjork e Kate Bush e Souxsie e Diamanda Galas e Lisa Gerrard, materialmente la stessa Karin, Shannon Funchess dei Light Asylum ed Emily Roysdon), rumori, sample, droni e tanto, tanto ancora fino alla nausea, alla repulsione o a una incondizionata adorazione.

Voto: 8,3/10

Tracklist:

  • 1 · A Tooth For An Eye
  • 2 · Full Of Fire
  • 3 · A Cherry On Top
  • 4 · Without You My Life Would Be Boring
  • 5 · Wrap Your Arms Around Me
  • 6 · Crake
  • 7 · Old Dreams Waiting To Be Realized
  • 8 · Raging Lung
  • 9 · Networking
  • 10 · Oryx
  • 11 · Stay Out Here
  • 12 · Fracking Fluid Injection
  • 13 · Ready To Lose

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