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Recensioni | Pubblicato il 6 aprile 2015

Amason Sky city

Amason

Sky City

Genere: Indie Pop

Anno: 2015

Casa Discografica: Fairfax Recordings

Servizio di:

Tra le onde dei generi sorti nel nuovo millennio, una delle più divertenti da surfare è stata indubbiamente quella dell’indie nord europea.

Consacrati in modo definitivo alcuni tra gli artisti più poliedrici degli ultimi vent’anni (soprattutto sulla sperduta isola d’Islanda), tutta una schiera di musicisti minori e di nicchia, accomunati da un sound meno impegnato di quello dei suddetti, si è fatta largo a partire dai primi del 2000.

Tra i più in vista, gli Of Monsters and Men (Islanda) e soprattutto Peter, Bjorn and John (Svezia) che con “Writer’s Block”, hanno invaso i canali più o meno mainstream  con uno stile definito indie rock / indie pop scandinavo.

Gli Amason giocano nella stessa squadra. Il debutto di questa sorta di supergruppo (ogni componente proviene da un’altra band svedese) è un surrogato di quanto in realtà già ascoltato prima sotto il nome di qualcun altro. Molta emulazione dunque, tendenza a cementificare un happy  sound che ormai sta maturando e sembra pronto ad abbandonare la pubertà.

Tra neve, renne e casupole dal tetto spiovente nasce Sky City, un album dalle sonorità a volte un po’ anni ’80 in cui spiccano in particolare le melodie ed i giri di piano e synth, spesso invase da una forte componente Dream Pop. Si noti infatti che, benché il quintetto dia il meglio di sé quando il BPM è un po’ più elevato (“Algen”, “NFB”), riesce a confezionare piccole perle anche quando vira verso il downtempo di “Velodrome”.

Il problema è che questo debutto suona un po’ sinusoidale: si alternano momenti riusciti, dettagliati al punto giusto, a tracce che tuttavia sembrano essere state partorite quasi prematuramente (“Elefanten”).

Un consiglio che verrebbe da dare per il futuro ai cinque ragazzi è quello di piazzare davanti al microfono sempre Amanda Bergman, unico componente femminile ed unica in grado di convincere in modo concreto alla voce (“Blackfish” cantata interamente dai componenti maschili è proprio imbarazzante).

In sintesi, un lavoro a tratti davvero convincente e a volte invece sofferente di qualche vicolo cieco in fase produttiva e di realizzazione. Lavorarci su qualche altro mese o scartare qualcosina per rimpiazzarla con nuove idee poteva essere una soluzione, soprattutto per una band esordiente; ma tutti gli album sono quelli che sono una volta che la copertina è stampata e il disco è registrato. Senza “se avessimo messo questo al posto di quest’altro”.

Fischiettate su “Went to war” e perdetevi (ribadisco) sulla splendida “Velodrome”, operetta baroque pop seducente e misteriosa di cui ci si stanca a fatica. L’ascolto degli Amason vi costerà solo qualche skip, qua e là.

Voto: 6/10

Tracklist:

  • 1 · Algen
  • 2 · Duvan
  • 3 · Kelly
  • 4 · Elefanten
  • 5 · Went to War
  • 6 · NFB
  • 7 · Velodrome
  • 8 · Yellow Moon
  • 9 · Blackfish
  • 10 · Pink Amason
  • 11 · The Moon as a Kite
  • 12 · Clay Birds

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