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Cinema | Pubblicato il 8 giugno 2014

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Viene il sospetto che Jim Jarmusch si sia voluto ritagliare la propria dimensione esistenziale ideale all’interno di Only Lovers Left Alive, quasi si trattasse del punto d’arrivo della sua lunghissima ricerca iniziata negli anni ’80 e mai abbandonata. C’è qualcosa di assoluto in quest’ultima pellicola del regista americano. I due protagonisti sono Adam e Eve (sic!), sono vampiri, sono la versione di un vampiro che solo Jarmusch poteva escogitare: sono nel nostro mondo da migliaia di anni e nel corso della loro lunghissima vita hanno imparato cos’è che vale la pena di coltivare. Divorano ogni forma d’arte, studiano la natura, misurano i gesti e le parole, tengono in altissima considerazione l’amicizia e soprattutto si amano da impazzire, con una passione travolgente. Sono molto diversi l’uno dall’altra: lui accarezza l’idea del suicidio, compone musica dagli echi funerari e ama la solitudine: vive a Detroit, città simbolo della decadenza di un sistema al collasso, e non si è ancora rassegnato alla fine imminente dell’era analogica. Lei al contrario è solare (per quanto possa esserlo un vampiro obbligato alla notte), vive a Tangeri, città ribollente di sangue giovane, ama discorrere con il suo amico Marlowe (sì, quel Marlowe, interpretato da un ormai leggendario John Hurt) e non si fa problemi a usare gli ultimi derivati della tecnologia. Non potrebbero apparire più distanti, eppure l’amore li tiene vicini. L’amore reciproco naturalmente, ma anche l’amore per la vita e per le sue meraviglie. Non si fa fatica a intravedere l’autore dietro questo modo di vedere le cose, e personalmente non posso che identificarmici. Forse è vero che emerge pure un certo snobismo, come alcuni hanno rilevato, ma non potrebbe essere altrimenti (e ad ogni buon conto una robusta dose di autoironia disinnesca sempre il rischio di pedanteria un attimo prima che sia troppo tardi). I due amanti sono circondati da zombie, nel significato prettamente romeriano del termine. Il mondo è popolato da persone che non riescono a capire il vero significato della felicità, non riescono a dare la giusta importanza alle cose, travisano tutto; sono ingranaggi di un sistema che non capiscono. Persino la sorella di Eve, Ava, una vampirizzata e divertita Mia Wasikowska, sembra subirne l’influsso. I vampiri parlano di sangue contaminato, ormai è difficile trovare quello buono. Adam è profondamente amareggiato da questo ordine delle cose e non sembra proprio riuscire a rassegnarsi, nonostante tutto si ripeta sempre uguale nei secoli, ma Eve rimane la sua salda ancora di salvezza: durante un breve viaggio in automobile gli racconta di un diamante incastonato all’interno di una stella morente che sprigiona il suono di un gigantesco gong. Non è impossibile resistere di fronte a un’immagine così sublime?

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La trama è evanescente, il ritmo lento ed ipnotico, quasi lisergico (i vampiri sembrano ricavare un qualche alterato stato di coscienza dal sangue), ma d’altro canto non avrebbe alcun senso stritolare dei personaggi in vita dall’alba dei tempi tra le maglie di una struttura narrativa canonica. Non possiamo parlare di progressione lineare, quanto piuttosto di cerchi concentrici, come gli anelli nel tronco di un albero o le onde circolari su una superficie d’acqua. Questo è subito evidente dalle prime inquadrature vorticanti: un cielo stellato pian piano si trasforma nel vinile che veicola la voce selvaggia di Wanda Jackson in una cover a tema di Funnel Of Love: e vorticano anche i protagonisti, interconnessi da dissolvenze murnau(i)ane(?) (un omaggio a Nosferatu?), introducendo il titolo rosso a caratteri gotici. Ciò a cui punta Jarmusch è soprattutto ricreare una precisa atmosfera, nonché a ridare dignità al mito del vampiro dopo la recente squallida deriva borghese-adolescenziale di Twilight, per riuscire ad adattarlo al nuovo millennio riconsegnandolo al suo status intrinsecamente aristocratico; qualcosa di simile fece non molto tempo fa Park Chan-wook con il suo Thirst. Entrambi riscoprono il romanticismo insito nella figura, ma se Park ne esalta il lato tragico, Jarmusch preferisce porre l’accento sulla natura dandy e affascinante delle creature del buio. Una cappa notturna avvolge la pellicola, come a proteggerne i suoi piccoli tesori nascosti: le musiche gotiche composte dagli Sqürl – la band di Jarmusch – insieme a Jozef van Wissem, i riferimenti letterari, l’umorismo tutto particolare del regista, gli ottimi interpreti (dove trovare un vampiro migliore di Tom Hiddleston? E non è da meno Tilda Swinton, che si produce in un’altra delle sue impressionanti metamorfosi), piccole meraviglie naturali, collezioni di chitarre, impianti elettrici ingegnosi, auto d’epoca sportive, scorci di una bellezza abbacinante: tutto ciò che al mondo merita il nostro amore.

Una delle tante piccole perle disseminate nella pellicola

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