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Sulla Strada | Pubblicato il 24 gennaio 2015

La domenica mi piace passeggiare. Sgombro la scrivania e cammino lungo il canale fino a Columbia. Quasi mai quel pigro del sole si fa vedere, ma non mi dispiace la compagnia delle nuvole che si specchiano sull’acqua. Era sotto Natale. Camminavo distratta fra le botteghe al fianco di un’amica, ridendo di cose successe in un’altra vita, quando ci accorgiamo che all’angolo della strada si è formato un nutrito gruppo di passanti. Ci avviciniamo incuriosite, e fra le teste e le clavicole scorgiamo quattro ragazzi stretti in completi grigi che suonano “A Hard Day’s Night”. È un’immagine così deliziosa che ci fermiamo ancora un po’ prima di riprendere la nostra passeggiata.

Londra riesce sempre a stupirmi. È ad un tempo estenuante e stimolante, alienante e coinvolgente, non concede niente, eppure è pronta a dare a tutti un’opportunità. Londra è tutto e il contrario di tutto. Il suo apollineo stakanovismo, i suoi lavoratori in completo scuro che marciano come soldatini nelle stazioni, trovano il loro contrappunto sfrenato nell’oblivioso Lete della notte, in una danza rituale di continua metamorfosi. Londra è Odette che specchiandosi vede Odile. Il doppio è la sua dimensione, e nel doppio risiede la sua forza. Organizzazione, pianificazione e scadenze sono così costrittive che anziché reprimere la creatività, in qualche strano modo la stimolano, e questa scaturisce come necessario sfogo alle frustrazioni della vita ordinata.

È all’apparenza una follia, eppure funziona. E la musica non sfugge a questo meccanismo, anzi ne è alimentata, e in esso trova la sua forza. Il sistema è semplicemente perfetto: accordi e programmazione anticipati sono la rete nelle cui maglie si dispiega la fantasia in ogni sua forma. Le band considerano questa città un palcoscenico di primo piano, un banco di prova per il successo, ma anche l’occasione di sbizzarrirsi e di dare libero sfogo all’inventiva, di fare qualcosa di non convenzionale. Ma soprattutto ciascuno qui ha la propria chance: ogni band, grande o piccola, sconosciuta o arcinota, si esibisce qui, permettendo a chiunque di partecipare della musica nel modo più sincero e autentico. Se c’è un problema anzi è la velocità con cui si esauriscono i biglietti, perché le prevendite cominciano molto presto, e altrettanto presto si concludono. Ma anche in questo caso non c’è troppo da preoccuparsi, perché è facile rimediare biglietti dell’ultimo minuto da chi è per qualche ragione costretto a rinunciarci. È facile incontrare persone che come te sono lì da sole, ed è altrettanto facile che queste diventino amici e amanti. Perché l’energia che si sprigiona è potente, positiva e trascinante, il pubblico sempre caldo e accogliente, non si spazientisce, non si agita, non si lamenta. Riceve con gioia senza pretendere. Ogni location è un’esperienza a sé, il teatro della O2 Academy di Brixton, i lampadari che scintillano del Koko, la dolcezza dello Shepherd’s Bush Empire, l’accoglienza intima del Lexington, l’atmosfera underground del XOYO. Ogni basement e ogni sala insonorizzata al primo piano hanno un gusto unico, e non lasciano spazio alla delusione, alla noia, alla banalità. Londra accontenta tutti.

Certo la musica non è solo live, e questo non è mai tanto vero come qui. La musica a Londra è ovunque. È un modo di vivere. E non alzate gli occhi al cielo, questo è tutt’altro che un luogo comune. Qui si può vivere di musica, perché in fondo si tratta di un business come un altro. Forse è spoeticizzante, ma in fondo sappiamo tutti che questa è la dura realtà. È questo che fanno qui, razionalizzano, creando delle impalcature solide su cui l’estro può divertirsi a volteggiare senza paura di cadere. Altrimenti non vedremmo tante nostre band di talento scappare e rifugiarsi qui. La realtà permette al sogno di fiorire.

C’è chi trova Londra una città severa. E lo è. Ma non sono convinta che un mondo senza strutture sarebbe davvero preferibile.

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