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Live report | Pubblicato il 21 ottobre 2013

Inizia con un bilancio più che positivo la nuova edizione di Beatscape. No, non parliamo di risultati economici (che possono interessare fino ad un certo punto) ma di riscontri artistici ed emozionali, ricavati da una constatazione di puro interesse e partecipazione da parte del pubblico ieri intervenuto in una delle sale che caratterizzano la Mediateca Marte di Cava dei Tirreni.

L’atmosfera che si respira nel salire le scale che portano alla sala predisposta per il live è di grande attesa ma anche di forte curiosità per via della nota ecletticità dei due artisti, le cui peculiarità sono contraddistinte da un ricercato sperimentalismo che fornisce ben pochi punti di riferimento all’ascoltatore.

L’allestimento è minimale: una sedia, un faro, un piccolo amplificatore e una chitarra. Sembra quasi di ritrovarsi sul lungomare di una piccola cittadina di mare  dove passanti distratti si lasciano incantare dalla bellezza della creazione artistica. Ognuno, ansioso, prende posto sull’ otto volante del Marte. Ore 22.30 : Si parte!

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L’opening act (atteniamoci al gergo) è affidata ad un personaggio campano che risponde al nome d’arte Mr.Milk, divenuto quasi un eroe moderno per via del suo ambizioso progetto che l’ha  visto solcare con una piccola imbarcazione ben sei porti Italiani, che hanno fatto da cornice ad onirici concerti per passanti affascinati da ciò che si mostrava ai propri occhi ed orecchie.

Un bel giorno ho pensato che sarebbe stato bellissimo suonare sull’acqua, arrivare dal mare, suonare e andare via. Come dico spesso ai concerti gli artisti dovrebbero sparire subito dopo aver suonato. La tecnologia non ci è ancora d’aiuto in questo, e quindi tutto quello che possiamo fare è cercare di tornare in qualche modo “magici” con i mezzi a disposizione.” (cit. Mr.Milk)

Un’idea stravagante ma che mostra l’intenzione di restituire alla musica la capacità di far sognare, emozionare e allo stesso tempo attraversare nel profondo l’ascoltatore come in un gioco di prestigio, una finzione reale.

Barba incolta e ciondolo a forma d’àncora al collo (giusto per ricordare che sempre d’un lupo di mare si tratta), Mr.Milk attacca in punta di piedi, quasi par non voglia disturbare, proponendo brani che fanno parte dell’omonima uscita discografica del 2010 e che riescono a far intendere bene verso cosa sia indirizzata la ricerca sonora del singer campano. Canzoni appena sussurrate, in bilico sulle sei corde di una chitarra che viene solo accarezzata e che raramente forza o disturba la surreale atmosfera. Nessuno strappo improvviso, tutto è vissuto in una dimensione estatica e, probabilmente, è proprio questo il pregio ed allo stesso tempo il limite della sua produzione: la condizione costante del “sogno” finisce per svilire la sua performance, avvertendo (in alcuni casi) la sensazione d’assistere a brani che differiscono poco l’uno dall’altro. Spesso associato a mostri sacri della canzone d’autore come Nick Drake, Bon Iver o Elliot Smith, l’inconsueto folker malinconico e delicato ha mostrato la capacità di ritagliarsi uno spazio proprio senza dover necessariamente ricercare etichette e paragoni.

Immaginate un novero di palloncini ad elio che sospinge una piccola imbarcazione tra le onde del Mar Mediterraneo e sarete quanto mai vicini all’idea di musica proposta da Mr.Milk. La sensazione più interessante che ne scaturisce dal live è il sentirsi seduti su una banchina di un porto e, se si socchiudon gli occhi, sulla prua di quell’ imbarcazione.

Una breve pausa allenta la tensione e concede il tempo di prepararsi al vero protagonista della serata: Ryland Bouchard.

 

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Originario di Los Angeles (per chi non lo sapesse), il suo percorso di formazione è stato contraddistinto da una continua sperimentazione tra elementi che rimandano a folk, jazz, elettronica, psichedelica e rock d’autore. Attivo sia con il progetto “The robot ate me” (trionfo dello sperimentalismo succitato) sia con quello solista, proposto nell’ambito della rassegna Beatscape.

Ricordo non la prima ma la seconda volta che l’ho visto dal vivo e ho associato immediatamente la sua musica ad un albero, la sua voce al percorso imprevedibile dei rami e le sue canzoni ai suoi frutti, capendo solo dopo che lui stesso era quell’albero”. La descrizione accorta che ne fa Marco Parente rende bene l’immagine di un personaggio schivo e al contempo carismatico, soprattutto nell’esplicazione delle sue doti vocali. Pochi fogli e una piccola agendina (?) arricchiscono il piccolo palco su cui va posizionandosi Ryland. Ore 23.30: Si sperimenta!

Si fanno strada con un po’ di fatica le sonorità proposte dall’artista americano. L’impostazione è la stessa di poc’anzi: chitarra e voce, senza particolari effetti ma l’intimità della sala restituisce la giusta dose d’attenzione necessaria per seguire la performance.

Un timido “Grazie” dalla cadenza inconfondibilmente americana accorcia la distanza con il pubblico e si parte subito scavando nei brani più eclettici (a tratti esoterici) della sua produzione. Vengono proposti brani da “Seeds” (2008), “Better this than nothing” (2010) ed il più recente “Hope rides alone”(2012), senza disdegnare qualche citazione dal side-project “The robot ate me”.

Intimista ma allo stesso tempo corale. Sono questi i due volti dell’esibizione ieri vissuta. Bouchard alterna momenti d’irraggiungibile lontananza anche da sé stesso a fasi in cui richiede esplicitamente un coinvolgimento del pubblico, in una mistione di (profano)gospel e sperimentalismi vocali che fanno sorridere ma allo stesso tempo sono utili a stemperare la profonda atmosfera creata dai pur solo accennati arpeggi. I minuti che Ryland trascarre sul palco scorrono veloci, regalando momenti di pacata riflessione ad un ascoltatore attento. Probabilmente sarebbe stato interessante vedere proiettati sul maxi-schermo i videoclip in Super 8 girati dallo stesso artista che, come lui stesso ha spiegato, servono a fortificare la condizione onirica dei suoi brani anche se, in realtà, c’è sempre poco da recriminare ad una serata così.

Ritornando all’affermazione di Marco Parente che ha ben sintetizzato l’immagine di Ryland, sempre ben “piantato” al centro del palco seppur diramato con la sua voce tra le poltroncine della sala, l’impressione che suscita non è tanto quello del singolo albero quanto l’intero paesaggio che ne fa da sfondo. Ciò che più colpisce, infatti, è la capacità di “creare suggestioni” con maestria attraverso l’utilizzo di pochi e scarni elementi a sua disposizione.

Un’ esperienza intensa e che va oltre le (poche) critiche della stampa specializzata che ha definito talvolta stucchevole la produzione di Bouchard.

Ore 00.30: La magia s’interrompe bruscamente ma non senza lasciare segni profondi. L’appuntamento, però, è solo rimandato al 15 Novembre, per un’altra serata in compagnia di Beatscape. Buona la prima.

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