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Live report | Pubblicato il 17 novembre 2013

Anche il secondo appuntamento di Beatscape volge al termine con una buona dose d’adrenalina e vibrazioni che fanno ben sperare sull’esito complessivo del Festival. A testimonianza di un ottimo lavoro svolto anche in relazione alla comunicazione, la colma sala del Marte è divenuta ancora una volta contenitore (a tratti anche cassa armonica) di sorrisi silenziosi e gambe irrequiete. La sensazione che s’avverte nel vivere Beatscape è marcata dal costante impegno nel proporre  nuove esperienze trasversali, puntando ad arricchire oltre che appagare l’ascoltatore.

C’è fermento all’interno della struttura cavese, lo si legge sul volto degli addetti ai lavori. Qualcuno s’intrattiene tra le scale, altri smaniosi, invece, corrono a prender posto tra le file della sala Marziana. Il vociare lascia il posto all’ascolto, entrano gli ultimi ritardatari, ci siamo. Una delle maggiori novità a cui prima si faceva riferimento è l’introduzione di un breve reading di scritti inediti (“Talking about Beatscape”) su quelle che sono state le figure più suggestive del panorama musicale internazionale. Al direttore artistico A. Amendola spetta l’arduo compito d’inaugurare la rubrica.

Ore 22.00 : Sul piccolo leggìo adiacente al palco, illuminato solo da una fioca lampada, scorrono veloci parole appassionate e commemorative di quel controverso corvo nero che è stato Lou Reed. Lontano dalla retorica celebrativa, il breve intervento rarefà l’atmosfera riuscendo ad insinuarsi sottopelle oltre che nell’immaginario dei presenti.

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Cresce l’attesa, pochi istanti ancora e prende forma lo spettacolo. L’opening act è ancora una volta affidato ad artisti campani e più precisamente ai talentuosi Sonatin for a Jazz Funeral , tra l’altro recensiti su Son of marketing di recente. In una veste insolitamente semi-acustica, solo voce e chitarra, ed in formazione semi-completa, i Sonatin hanno proposto diversi brani del proprio repertorio, pescando dalla loro prima pubblicazione “Monochrome Sunset” oltre che dal recente lavoro full-lenght omonimo. C’è ricercatezza espressiva nelle loro liriche, che lasciano intravedere similitudini con alcune band appartenenti al circuito indie-rock (Arcade Fire su tutti) pur riuscendo a divincolarsi dalla logica delle catalogazioni. I Sonatin sono cavie della propria musica. Che siano outsider lo si percepisce già dall’ inno zapatista che, insieme a Rise up,offrono spunti di riflessione sul ruolo della musica, oltre che degli artisti/intellettuali, nella società moderna. Inquieto e dal forte impatto emozionale, Luigi Impagliazzo (voce) pare soffrire la dimensione acustica dei suoi brani e sembra pronto ad implodere ad ogni vocalizzo, rincorrendo con gesti e movenze le note calde ben modulate da Gen Cotena (chitarra). Un’inusuale uscita che mostra però le attitudini e la duttilità espressiva del loro progetto, caratterizzato da un messaggio che arriva nitido all’ascoltatore. La silenziosa attenzione mostrata dal pubblico attesta quanto detto, in un crescendo di sensazioni che s’arrestano bruscamente. Una breve pausa delimita lo spazio tra l’indie-rock e l’anti-folk. Tutti s’attendono una repentina incursione rosa sul palco.

 

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E’impaziente forse più del pubblico Erin K che, prima della fine della precisa presentazione, curata da Mario Maysse (proprietario di Disclan Salerno), ha già imbracciato chitarra classica e capotasto, accompagnata dalla seconda voce Danielle, pronta a gettarsi in pasto al pubblico. Di Erin vi basterà sapere che per diversi anni s’è mossa nel grigio panorama underground Londinese, arrivando a ritagliarsi uno spazio che  si potrebbe definire impraticato (quello dell’ anti-folk) con brani leggeri, rigorosamente acustici e che se ne fregano delle problematiche universali a favore di una maggiore attenzione per i piccoli avvenimenti del quotidiano (la parola Trombamico è entrata immediatamente di diritto nel suo glossario). Una leggerezza che aleggia anche sul viso di Erin, a tratti maliziosa altre emozionata, capace di trasformarsi in uno specchio sincero dei propri stati d’animo.

This boy” è il brano scelto come apripista e subito colpisce per la scelta di sorprendere alle spalle l’ascoltatore. Il percussionista Brian Radock ( un giullaresco Johnny Depp), infatti, guadagna il palco a colpi di bacchette che esplorano ogni centimetro della sala divenuta in un attimo gigantesca cassa armonica. L’impatto è fortissimo ed è calorosa la risposta del pubblico. Salta subito all’occhio la perfetta armonia tra i tre musicisti che si divertono a loro volta delle cose strambe che accadono sul palcoscenico (Brian suonerà anche gusci di tartaruga?) e non solo. Belle anche le modulazioni delle voci che si rincorrono, sovrappongono, sottolineano esclamazioni e citazioni. Di grande effetto la cover che Danielle esegue del noto brano  “Don’t know why” di Norah Jones, che riporta il live ad una sfera fortemente intimista. Il live proposto ripercorre, inoltre, sia le prime tappe della produzione da solista, sia le più recenti finite poi nel suo primo album, le quali mostrano l’altra faccia dell’anti-folk, quella più malinconica, con sonorità meno chiassose ed esilaranti.

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Per più di un’ora le ballate di Erin, volutamente verbose, accendono un pubblico mai così entusiasta che spinge i Londinesi ad impugnare più volte gli strumenti per i bis. Tra mimica facciale, repentini cambi di mood, percussioni inusuali ed i capelli rosa della sirena dell’anti-folk, la serata volge al termine con una più che meritata standing-ovation. La sirena venuta da Londra ce l’ha fatta. Ha messo tutti al palo, incantandoci con la sua voce.

Erin K è la prova tangibile di quanto la magia della musica abbia la capacità d’infuocare anche le fredde notti di Novembre. Resta invece a Beatscape il merito di proporre sonorità anticonvenzionali e immaginifiche.

Beatscape : Avanti tutta!

Erin K- SOM

 

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