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Live report | Pubblicato il 31 marzo 2014

Penultimo appuntamento per la rassegna BEATSCAPE, che in tutti questi mesi è stata capace di mescolare suoni e colori provenienti da ogni parte del mondo con alcuni tra gli artisti emergenti più interessanti della Campania. Un percorso fatto di piccole pietre preziose portate alla luce dal fuoco della passione per il bello musicale, coltivato con cura in seno ad un Sud che vive (purtroppo) solo di sfiducia … ma questa è un’altra storia.

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Due gli artisti scelti per introdurre l’estone Pastacas. Dalla più settentrionale delle repubbliche baltiche al fertile Cilento il passo è breve o quasi. Lo è quando ad unire l’alto e il basso sono i suoni, le parole di chi è unito anima&corpo alla sua terra, anche quando arriva a sentirla stretta, opprimente. E’il caso di Antunzmask, folkman fuori dagli schemi, capace di toccare con la sua musica i più disparati generi (folk, blues, punk) senza apparire mai scontato. Capigliatura che ricorda il folker statunitense Dylan e abbigliamento da nostalgico degli anni ’90 (ma potrebbe essere solo un personale punto di vista) ha messo in mostra le qualità del proprio progetto con ballate scure e che scavano a fondo il quotidiano vissuto come nei brani “Quarto” e “Danubio blu”, entrambe appartenenti all’album “Il Mostro” (2012), dove è evidente una struttura-canzone anticonvenzionale e che trascina in un mood a tratti surreali. Si prende poco sul serio Antunzmask ma il suo progetto è da tener d’occhio.

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Healthy God, pseudonimo dell’artista salernitano Daniele Amoresano, è il secondo musicista a salire sul prato verde della Mediateca cavese. Altrettanto interessante il percorso d’Healthy God, che porta sul palco sonorità che strizzano l’occhio a band quali Eels e Flaming Lips, giusto per citarne un paio, anche se i riferimenti sono molteplici. E’un’esibizione quasi dolente quella di Daniele, che nei piccoli intervalli tenta di smorzare l’atmosfera, ridendo dei soliti imprevisti da chitarrista (pedaliere spiritate e jack che si “sfancula”da solo). La sua prova è molto più che una serie d’imprevisti, anzi è nella voce la grande forza di Healthy God che sa piegare a giri chitarristici alt-rock e mai banali. C’è il grigiore della town Londinese nei suoi pezzi ma anche sprazzi di luce rabbiosa, come in “Cars=Mum”, ipnotica nell’intro ed esplosiva nel finale. “Poison” e “It’s rainin’sand” sospendono l’atmosfera in sala e offrono coordinate precise sul perché questo primo ep si chiami “Screw you all, I’m Healthy God” (Fottetevi tutti, Io sono un dio benefico). Una breve pausa divide gli spettatori dal comprendere a cosa mai potranno servire tutti quegli strumenti a fiato.

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In punta di piedi o meglio solo con calzini di colori differenti, irrompe il biondo estone che ha scelto per la sua espressione artistica un nome quanto mai eloquente: Pastacas (Penna a sfera) racchiude perfettamente il mondo di suoni, colori, pensieri tratteggiati portati in scena. Surreale ed onirica l’atmosfera creata dalla loop station su cui freneticamente s’adopera Ramo Teder (b-side di Pastacas). Pedali schiacciati in successione e che danno vita a nuove suggestioni. A sorprendere è sicuramente la sessione dei fiati, che con un numero imprecisato di strumenti quali flauti dolci, traversi, globulari, plokkflutes trascinano i presenti in un vortice prog-psichedelico. Belle anche le basi ricreate ad opera da un uso sapiente di chitarre e mandolini, che insaporiscono la performance di un insolito gusto mediterraneo. Buone vibrazioni in sostanza come quelle citate dalla surf music dei Beach Boys e che vanno a collidere con una rivisitazione lo-fi e psichedelica del sacro Jethro Tull. Sessanta minuti a perdifiato in cui l’Estone trapiantato in Finlandia non s’è risparmiato minimamente, anzi a volte talmente coinvolto da lanciarsi in una tamburellante danza. Dagli Stati Uniti alla Scozia, dalle lande algide dell’Europa Settentrionale fino ai paesaggi desertici a sud d’Algeri, il sound di Pastacas traccia linee concentriche che si propagano come un’onda d’urto fino a schiantarsi su un bianco foglio di carta. La musica, forse, la si può anche disegnare ingenuamente, a piedi nudi, come quei bambini che vedono per la prima volta il mare.

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Si attende ora l’ultimo atto di questo prezioso Festival, meritevole d’aver restituito alla musica quella dignità d’ascolto molto spesso passata in secondo piano.

::: E’ ancora tempo di BEATSCAPE!

[Foto: Felicia M. Iannone]

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