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Sulla Strada | Pubblicato il 23 agosto 2013

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Quattro mesi non sono niente. Appena il tempo di ricordarsi il nome di qualche strada, tornare in qualche locale che ti era piaciuto, controllare regolarmente le offerte di Bilka. Appena il tempo di realizzare che casa non è quella in cui troneggiano il canestro dei Raptors ed il poster di Xendless Xurbia, ma un rispettabilissimo monopolio di legno proveniente da qualche chilometro di distanza, in Svezia. Questi quattro mesi sono stati però il tempo necessario per vivere due facce, due aspetti totalmente antitetici di quel paesone da un milione abbondante di abitanti chiamato Copenhagen.

Inverno.

Paese scandinavo: freddo, buio, noia. Noia? Non proprio. Se i danesi hanno capito qualcosa della vita – oltre a pagare gli studenti ed amare alla follia i barbecue – è proprio come passare l’inverno. Milioni di librerie, caffè ed ibridi vari (dal parrucchiere-caffè alla lavanderia-ristorante, ma sicuramente me ne sono persi di belli) pieni, a qualsiasi ora del giorno, di giovani che mangiano, bevono, ‘studiano’. Sì esatto, giovani, perché l’età media, almeno nel centro di Copenhagen, è vergognosamente bassa. Sarò impressionabile io, ma provenendo dal patrimonio universale dell’anzianità chiamato Firenze, trovarsi in mezzo a tanti coetanei fa sempre uno strano – piacevolissimo – effetto.

Se il giorno va quindi a braccetto con litri di pessimo, lunghissimo caffè danese, la sera va necessariamente a nozze con la birra (più per un fatto di portafoglio, ma non vorrei ferire l’orgoglio nazionale dei danesi). Va però a nozze anche – e soprattutto – con la musica. Ogni sera. Ovunque. In una sera, la mia bicicletta scassata era capace di portarmi, vento permettendo, dai locali underground del Meatpacking District, a quelli più o meno sospetti della zona-stazione centrale e ancora su fra i ritrovi hipster di Nørrebro. Il che vuol dire passare dal post-rock svedese del KB18 (Pg.lost su tutti) ai gruppetti lo-fi di Bakken – che ti accoglie con adesivi di Oshin dei DIIV sui muri, ancora in Blågårdsgade alla scoperta di band improvvisate con nomi altrettanto improvvisati; e poi Rust, Drone, e così via. In tutto questo labirinto sonoro si aggiunge anche Loppen di Christiania, che al di là di una programmazione che spazia dal folk tradizionale al metal, ci ha offerto anche una serata con la congrega Blackbird Blackbird-Slow Magic-XXYYXX-Giraffage-Beat Culture qualche giorno dopo le date di Milano e Roma. Non i tipici gruppi nordici, ma un gran bello spettacolo. Musica live da una parte, dunque, hip hop – live e non – dall’altra. Assolutamente dilagante. Non avrei sinceramente mai pensato che la Danimarca potesse avere un movimento hip hop tanto vivo e prolifico (non è affatto il mio genere, lo ammetto, e lo conosco poco e male). Conseguenza: tutti a ballare e cantare sulle note di Spektors & compagni vari. Inutile dire che suoni un po’ ostico, la pronuncia danese è quasi impossibile, c’è poco da fare.

E’ stato anche l’inverno – ovviamente – della neve, dei canali ghiacciati, dei danesi malati di fitness che vanno a correre fuori con temperature improponibili, degli scivoloni in bicicletta e di chi viaggia comunque a mezze maniche, tanto è venerdì sera. Già, l’anarchia assoluta del venerdì sera, unica occasione in cui avere anche un po’ di paura ad andare in giro. Scherzo, dipende tutto dal tuo tasso alcolico.

E no, non mi sto scordando di festival, berbecue, parchi e techno. Per loro c’è l’estate.

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