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Sulla Strada | Pubblicato il 14 marzo 2013

Sulla Strada è un nuovo spazio con il quale chiediamo ad un gruppo o ad un artista di scrivere una sorta di diario durante un tour o la composizione di un nuovo album per cogliere tutte le sfumature del processo creativo, della preparazione ai live e soprattutto dell’ambiente che circonda i musicisti.

Il primo protagonista di questo spazio è Carlo Baldini, fondatore del progetto My Terminal and The Trip, di cui più volte vi abbiamo parlato. E’ in arrivo un nuovo album e accompagneremo Carlo sino all’uscita del disco con sei episodi di Sulla Strada. Questo è il suo primo contributo.

 

È involontario ed automatico, quando vivi in una grande città o vivi una grande città e sei un musicista, la tua musica ne subisce una forte influenza. Montréal è una città che negli ultimi anni ha visto fiorire tantissime band valide: Arcade Fire primi fra tutti, ma anche Islands, No Joy, The Agonist, Godspeed You! Black Emperor, Black Diamond Bay.. Sono solo i nomi più famosi e sono solo la punta dell’iceberg. Per tutta la città ci sono miriadi di band che suonano in qualsiasi posto, cantano in francese o in inglese, quasi tutti fanno solo musica buona. Un po’ come gli islandesi, solo che loro fortunatamente non hanno Céline Dion.

Ho pensato e avuto voglia e stimolo di lavorare al mio nuovo disco dopo due serate.

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Samedi le 12 janvier 2013. Era la mia prima volta alla Casa Del Popolo, che non è il ritrovo sindacale del Partito Comunista nei racconti di Don Camillo e Peppone ma un luogo storico della scena musicale di Montréal. Tutte le band sopra citate ­ quando non erano famose ­ si sono fermate almeno una volta al 4873 di Boulevard Saint­Laurent suonando magari anche ne La Sala Rossa, cioè l’ala del complesso nella quale ho passato la serata. C’erano tre band che hanno suonato. Erano tre band strumentali. Nessuno ha cantato per tutta la serata. Soltanto musica, soltanto note, soltanto emozioni che non hanno etimologia. La prima band si chiamava Dam Ships. Usava molto delay e molta elettronica. A volte c’erano degli echi shoegaze per la gioia delle mie orecchie ma sfortunatamente non duravano molto. Fortunatamente la loro musica era damn good e molto versatile. Un attimo eri dentro un documentario dei Sigur Ros e un attimo dopo avevi dei synth acidi che dominavano la scena. La loro musica è un viaggio, un viaggio molto contrastante. Proprio come le vie di Montréal nelle quali l’Europa e il Nord America vivono e convivono. La seconda band si chiamava Saxsyndrum ed era un duo con sax effettato + percussioni + elettronica. Ora, tralasciando la mia allergia al sassofono (anche se “Rio” dei Duran Duran è un pezzone in omnia secula seculorum!), devo ammettere che la band era coinvolgente ed originale. Il pubblico ballava e si agitava, ma la mia parte emotiva prende il sopravvento. Desolée. La terza band invece era ancora migliore, gli Sweet Mother Logic. Ora, vi posso dire che non so quanti componenti fossero (almeno 8 o 9!) ma vi dirò soltanto che ognuno di loro aveva il proprio strumento collegato ad una lampadina che emetteva luce in ogni secondo di attività dello strumento. Inutile dire che il risultato era stellare e che tutto ciò enfatizzava soltanto una musica fantastica. Ricordavano un po’ gli Arcade Fire, più che altro per le influenze della musica barocca e della cosidetta chamber music. Fantastici, ma purtroppo ho dovuto lasciare il loro spettacolo a metà. La mia auto era parcheggiata a Laval, periferia nord di Montréal, e benché la stazione Laurier fosse adiacente a La Sala Rossa ho seriamente rischiato di perdere l’ultima corsa della metro per tornare indietro.

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Dimanche le 3 mars 2013. Sempre a Montréal ma al Metropolis di Rue SainteCatherine Est c’è il concerto dei Deftones. Una cosa molto improvvisata, un mio amico me ne aveva parlato giusto un paio di settimane prima e una mia amica mi aveva procurato il biglietto da appena qualche giorno. Arrivo a Montréal in mattinata. C’era stata la notte bianca, chiamata Montréal En Lumière. Il centro della Belleville era ancora un pochino sottosopra ma tra un sushi e una birra, si arriva al Metropolis alle 8 in tempo per l’apertura cancelli. Il gruppo di supporto si chiama The Contortionist. Non il mio genere, ma devo ammettere che non avevo mai visto un cantante in growl che suonava anche le tastiere. Mi rendo conto di quanta gente c’è nel locale soltanto quando c’è il cambio di palco che si ammassano tutti sotto. I Deftones entrano prepotentissimi iniziando con “Be Quite and Drive”, per poi suonare anche “My Own Summer” e “Around The Fur” nel primo quarto d’ora. La chicca è stata “Passanger” alla fine, era la prima volta che la sentivo senza la voce di Maynard. Due cose mi hanno colpito dei Deftones: non ho mai sentito un concerto a volume così alto che fosse anche potente e dal suono ‘ciccione’, tutto allo stesso tempo. La seconda cosa è stata la voce di Chino Moreno che su “Diamond Eyes” mi ha fatto venire la pelle d’oca. Chi dice che non sa cantare dice una grande boiata. Canta esattamente come si sente nel disco. I Deftones sono sempre una grande fonte d’ispirazione per me. Non lo dico perchè ne sto parlando. So che è difficile sentirlo nella mia musica, ma credo che abbiamo molte influenze comuni. Loro le hanno poi sviluppate con il metal mentre io con l’elettronica, ma veniamo tutti e due pesantemente influenzati dal pop/new wave/chiamatelacomevipare degli anni ‘80. Vederli dal vivo a distanza di soli due mesi da quella fantastica serata alla Casa del Popolo mi ha portato a due conclusioni.

La prima: ho bisogno di scrivere un nuovo disco. La seconda: ho bisogno di sfidarmi e di mettermi alla prova nel mio nuovo disco. La seconda si sviluppa come segue. Prima tutti i testi. Dai testi nasce la musica. Si decide da subito quante tracce mettere. Si scelgono solo i testi migliori. Si va a ruota libera per la musica. Si dimenticano tutte i limiti di un genere, che sia questo riferito ad un album intero o ad una canzone singola. Recuperare la spontaneità strumentale, ecco la parola d’ordine.
Si parte!
Let’s go!
Allezy!

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