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Recensioni | Pubblicato il 24 settembre 2012

Hiva Oa

Hiva Oa

The Awkward Hello, Handshake, Kiss.

Genere: Alternative, Chamber/alt-folk, Elettronica

Anno: 2013

Casa Discografica: Mini50 Records

Servizio di:

Se questo disco fosse un essere umano, sarebbe una donna estremamente bella, affascinante, cupa ma intrigante e con una grande dote comunicativa. Un album che incrementa il piacere con gli ascolti, ogni volta che si individua una nuova sfumatura. Amore e passione a prima vista per il disco debutto di questo terzetto scozzese: a mio parere uno dei migliori esordi di quest’anno.

E non a caso dietro questo primo loro lavoro c’è la mini50Records, label indipendente di Edimburgo che vanta nella suo catalogo artisti interessanti come Language of Landscape, Conquering Animal Sound e Kammerspiel. Anche il gruppo ha base ad Edimburgo ed è formato da Stephen (chitarra/voce), Christian (violoncello) e Marco (basso). Formatosi nel 2010, l’anno successivo fanno uscire il primo ep intitolato “The Good Ship”.

Ma è con l’ep “Future Nostalgia for Sale”, uscito in primavera, che si fanno notare da critica e pubblico. E finalmente qualche mese dopo è uscito l’album d’esordio “The Awkward Hello, Handshake, Kiss.”. La prima cosa che colpisce è l’elemento vocale (soprattutto l’incrocio tra la voce maschile e l’ignota femminile) delicato e fragile e che si fonde in maniera sublime con gli altri strumenti. L’altra caratteristica di notevole interesse è il suono in continuo movimento e difficile da etichettare. Una sperimentazione continua che parte da una base folk per poi incontrare divagazioni elettroniche, richiamare sonorità classiche e anche avvicinarsi all’alternative con arrangiamenti insidiosi: il tutto condito da un delicato e poetico velo di oscurità e malinconia.

Minacciosi e ovattati colpi di percussioni introducono l’album con “The Floods Have Woken the Quiet Sleepers”: viene fuori subito lo stato decadente della loro musica con semplici accordi di chitarra e i brevi interventi del violoncello che interrompono la voce di Stephen che è tirata e appesa ad un filo. Ma la bellezza sta nel proseguo con l’ingresso della voce femminile accompagnato dal magico suono del glockenspiel.

The Minder” gioca sul minimalismo acustico in modo da far risaltare stupendamente il timbro vocale femminile: il sottofondo è scandito da un dialogo le cui parole sono impercettibili. Solo nel finale la voce maschile si fa strada. In “These Hands” torna il violoncello che drammatizza senza banalizzare le parole “We fall Apart”: fra i pezzi migliori degli album, il più elaborato e che vira su sonorità “alt-rock” di cui parlavamo all’inizio. Dall’inizio delicato si finisce in frastuono sonoro ottimamente strutturato.

Si torna ad atmosfere più intimiste e sussurrate con “Urban”, che nella prima parte vede l’incontro tra il violoncello e il glockenspiel e nella seconda parte l’introduzione di un leggero tocco rumoristico. “Not in My Name” sembra un pezzo destinato a dare linearità al disco e invece no: da chitarra e voce, la trama si complica e assume una struttura molto vicina al post-rock orchestrale.

E poi un 1-2 di rara bellezza. Prima l’elettronica e le distorsioni di “Mindful of”, brano di una teatralità e magnificenza unica. Poi c’è “Badger” con i suoi giochi vocali, l’elettronica minimale e lo stato di movimento continuo del brano che prende una direzione inaspettata. Ma gli Hiva Oa non smettono mai di sorprendere: la grazia di “Thunder” non sta tanto nel sempre gradevole intreccio fra voci o l’eleganza della chitarra ma bensì nel minuzioso contributo di basso e percussioni.

Il violoncello si prende l’intera scena nella commovente “Seadog”, mentre sono i 10 minuti di “The Call of the Wind”, l’ultima definitiva conferma della bravura di questo gruppo: pathos crescente con la chitarra che si riprende la scena. E quando aspetti che il suono esploda, la crescita si ferma e si ritorna sulla leggerezza acustica di inizio pezzo.

Un grande lavoro del trio scozzese il cui pregio sta nell’indeterminatezza della loro musica: senza ombra di dubbio considero “The Awkward Hello, Handshake, Kiss.” tra i dischi fondamentali dell’anno in corso. Un disco ipnotico che crea un vortice dal quale è difficile uscire e il cui ascolto mi ha rimandato alla parte finale de “L’infinito” di Giacomo Leopardi: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare” .

Questo articolo è stato scritto per la rivista Paper Street e lo trovate a questo link

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · The Floods Have Woken the Quiet Sleepers
  • 2 · The Minder
  • 3 · These Hands
  • 4 · Urban
  • 5 · Not In My Name
  • 6 · Mindful Of
  • 7 · Badger
  • 8 · Thunder
  • 9 · Seadog
  • 10 · Call Of The Wind

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