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Recensioni | Pubblicato il 26 luglio 2013

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David Lynch

The Big Dream

Genere: Elettronica, Modern Blues

Anno: 2013

Casa Discografica: Sunday Best Recordings, Sacred Bones

Servizio di:

Quella massa indefinita e indefinibile di David Lynch ritorna con un nuovo disco dopo l’ottima prova di debutto con Crazy Clown Time (2011). La staticità non è di certo una caratteristica della sua arte e per il nuovo album, The Big Dream, estrapola parte della trama del suo primo lavoro ufficiale, la rielabora e ricama e la inserisce in un nuovo contesto.

Coadiuvato da Dean Hurley, il regista americano non persegue una forma specifica o una struttura delineata. Senza nessun tipo di presunzione, con gli strumenti a sua disposizione esplora un nuovo tipo contenitore: resta l’elettronica, l’attenzione e la dilatazione di essa  (“I Want You“); ma se nel primo disco aveva una sorta di ruolo futuristico e destabilizzatore, nel nuovo album risulta il mezzo per recuperare le radici e quindi intrecciarla con le forme primitive della musica, in particolare il blues. Uno stile che lo stesso Lynch definisce fondamentale per la sua capacità di far comunicare l’anima. Lui stesso definisce questo nuovo disco come Modern Blues.

Per l’uomo che non ama circoscrivere le cose e non dare spiegazioni, risulta spiazzante sentire una definizione del prodotto frutto della sua creazione. Ma non vi fate ingannare. In realtà è una non-definizione ma un semplice modo per indicare l’attitudine del disco. Infatti, nonostante ci siano strutture fisicamente vicine al genere  (le distorsioni di “The Big Dream” e l’architettura di “Sun Can’t Be Seen No More“), le composizioni risultano sperimentazioni fra ritmiche trip-hop (“Cold Wind Blowin“, “Wishin’ Well”), il permanente stato fra visione e sogno (“We Rolled Together“, “The Line it Curves“) e retaggi di un rock’n'roll mai sopra le righe (“Star Dream Girl“). Il Blues si impone nello stile vocale e le sue deformazioni e lo spiccato intimismo che trasudano le tracce (notevole in “Are you sure“).

Pensate a un brano come “Last Call“: le possenti vibrazioni, la doppia stratificazione frutto della contaminazione ricercata, il tono vocale riescono a imprimere ed esaltare l’emotività espressa. E non è casuale, da questo punto di vista e rispetto al filo “logico” dell’album, la scelta e lo stile di reinterpretazione di un pezzo d’impatto come “The Ballad of Hollis Brown” di Bob Dylan   (estratto da  The Times They Are A-Changin). Particolarmente interessante risulta anche “Say It“, uno dei brani che meglio esprime questo nuovo percorso e la differenza con il primo album: l’importanza della parte acustica, le ritmiche, l’interpretazione vocale più intensa e meno robotica. Non possiamo fare a meno di citare la bonus track “I’m Waiting Here” che vede la grazia vocale di Lykke Li che riflette la puntuale costruzione dell’arrangiamento.

Keith Richards diceva “If you don’t know the blues… there’s no point in picking up the guitar and playing rock and roll or any other form of popular music“. David Lynch sembra proprio voler esprimere questo con il suo nuovo disco: non si preoccupa di fare un album di elettronica o di blues, non si preoccupa della profondità della parole; si concentra sulla forza espressiva e comunicativa di un genere che lo ha fortemente ispirato, riformulando l’estetica di esso e rendendolo sua creatura. E in tutto questo c’è l’essenza del significato dell’Arte, quella che abbatte i paletti e gli stilemi. E in questo Lynch riesce a dare lezioni a chiunque.

Voto: 7,2/10

Tracklist:

  • 1 · The Big Dream
  • 2 · The Star Dream Girl
  • 3 · Last Call
  • 4 · Cold Wind Blowin
  • 5 · The Ballad of Hollis Brown
  • 6 · Wishin’ Well
  • 7 · Say It
  • 8 · We Rolled Together
  • 10 · Sun Can’t Be Seen No More
  • 11 · I Want You
  • 12 · The Line It Curves
  • 13 · Are You Sure
  • 14 · I’m Waiting Here (Featuring Lykke Li)

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