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Recensioni | Pubblicato il 4 dicembre 2014

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Hookworms

The Hum

Genere: Garage-space-rock

Anno: 2014

Casa Discografica: Domino

Servizio di:

Il rock psichedelico è un (s)oggetto strano, da maneggiare con estrema cura, un animale preistorico che si nutre principalmente di radici, le proprie,  e dei rari mutamenti, nel tempo e per tutto il tempo che ha percorso evolvendosi dalle (sue) origini a ora, ma altresì incurante di qualsiasi sbandamento musicale, o quasi. Le band davvero “buone” che appaiono dal nulla, ogni tanto, di solito finiscono per svanire piano piano sotto i colpi delle proprie ambiziose mire, oppure mutano condizionate dal desiderio di essere avanguardia. Tra i nomi più interessanti citiamo dagli States i Wooden Shjips e dal Regno Unito The Black Angels, i quali una vera mutazione l’hanno già completata; e poi eccovi questi altri inglesi, gli Hookworms, che un anno fa esordirono con un disco folgorante, di testa e di muscoli, tuttavia pedissequamente legato a tutti i canoni della maniera rock-lisergica. Adesso, con questo secondo allungo, la trasformazione ha inizio, anche se stavolta sembra indirizzarsi al “molto” indietro, anziché sfruttare altre, nuove, direzioni possibili. Niente di grave, chiariamolo, ma ci sono evidenti segnali di urgenza da parte della band, dopo il cambio di batterista, la svolta arriva infatti a pochi mesi dalla acclamata prima: chitarre chiassose, l’organo epico che si fa quasi Farfisa, le rinnovate battenti aritmie, perfino la voce diventa incalzante e spesso sopra le righe. Garage? Anche. Space-rock? Evidentemnte sì.
Meglio nutrirsi di illusioni o assaporare la immediata luce della meraviglia? Mi piace pensare a un pentimento, un’affrettata pezza per rimediare al “danno” fatto col primo. In ultima analisi, sembrano dire, “la nostra musica non era quella – anche se ci assomiglia parecchio – ma questa, sbraitata, ruvida e dissonante, ma allo stesso tempo addolcita dagli interludi o dalle code loopiane”.

La personalità rimane inalterata, nonostante la voce mi piacesse più nella prima versione, e il (proto)punk, latente nel precedente episodio, qui deflagri,  ma con cognizione di causa. Di sicuro questa nuova versione è più combaciante con l’esigenza del pubblico – giovanissimo – che segue i concerti, e non è da escludersi che questa cosa abbia influenzato alcune scelte della band britannica.

La partenza -”The Impasse” – è sublime, “On leaving” è davvero “lisergica” con quelle emozionanti sciabolate a metà strada, “IV” è la prima impasse che riprende la sequenza iniziata nel primo disco con I, II e III e toglie letteralmente il fiato, “Radio Tokyo” è da manuale con alcune pause “in live” molto azzeccate, “Beginners” prosegue inesorabile, saltellando e rasoiando, in un iperspazio acido e sferzante, ogni tanto affiorano le vecchie “pause” di tastiera doorsiane che vengono messe in evidenza nell’interlude “V” e fanno da introduzione alla magnificente “Screen” (la preferita di chi scrive) dove torna lo spettro della natura krauta e spaziale degli antichi dei, il tutto sfumando nella terza breve interlocutoria “VI”. Il finale “Retreat” è puro hardboiled elettrico che inasprisce accompagnando verso un ideale nuovo ulteriore corso: tutta roba da ricchi.

Comunque promossi a (quasi) pieni voti. Nell’attesa di sentire il responso live: è il loro territorio di caccia preferito.

Voto: 7,2/10

Tracklist:

  • 1 · The Impasse
  • 2 · On Leaving
  • 3 · IV
  • 4 · Radio Tokyo
  • 5 · Beginners
  • 6 · V
  • 7 · Off Screen
  • 8 · VI
  • 9 · Retreat

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