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Recensioni | Pubblicato il 14 aprile 2015

The-Prodigy-The-Day-Is-My-Enemy

The Prodigy

The Day Is My Enemy

Genere: Big Beat, Breakbeat

Anno: 2015

Casa Discografica: Take Me To The Hospital

Servizio di:

Mi vengono in mente una serie di aneddoti per descrivere la scalata al successo dei Prodigy: in un articolo del Corriere della Sera del Marzo 1997, il regista indiano Tarsem apriva una lunga polemica sulla censura applicata al suo spot per una nota marca di scarpe il cui sottofondo musicale era “Firestarter”. La Rai considerava troppo violenti sia la pubblicità, sia la musica. Poco tempo dopo il video della stessa canzone viene commissionato ad un’agenzia costosa e celebre per aver girato alcune clip di un’altro brand, di jeans stavolta. Liam Howlett e soci a lavoro completato rimangono schifati: “Troppo trendy” e decidono di rifarlo da capo in una vecchia stazione abbandonata di Londra con la collaborazione del regista Walter Stern. Budget limitatissimo, pochi giorni di riprese e pellicola in bianco e nero per risparmiare. Con un approccio tanto arrogante la celebrità è servita e mentre gli addetti al settore si affaticano per definire un genere musicale in cui catalogarlo, il gruppo si consacra davanti al mondo con numerose settimane in cima alle classifiche inglesi e un live riuscitissimo che ha fatto storia, trasmesso da MTV direttamente dalla Piazza Rossa di Mosca con orde di cosacchi scalmanati che saltano sotto le mura del Cremlino.

Ma se fu di certo la matrice ribelle a far emergere i Prodigy dal buio dell’underground, dietro l’immagine c’erano anche sperimentazione, campionamenti ricercati e tanta tecnica. Il punto massimo della loro produzione, The Fat of The Land, nella cui stessa direzione evolutiva si era già instradato il precedente e troppo dimenticato Music For The Jilted Generation, è un surrogato di elementi curati fin nei minimi particolari, con punte di diamante della breakdance minimale come “Mindfields“, capace di stare in piedi senza la necessaria presenza di un dance floor su cui proiettarla, o le atmosfere spirituali di “Climbatize”. Il percorso tra il 1990 e il 1997 di questa band fu una continua crescita fino a realizzazione, con il raggiungimento di un sound ed un’idea che si sincronizzavano in un emblema oscuro introvabile altrove: ascoltare quegli album significava immergersi in una notte profonda, violenta, elettronica e dark.

Tutta questa ricerca, questa sincronia, non ci sono più e se Invaders Must Die si giustificava per un suo throw back alle origini di The Prodigy Experience, in The Day Is My Enemy non c’è più neanche l’elemento sorpresa. Rimane indelebile, quello è sicuro, l’immagine di “gruppo ribelle”.

Chi sono dunque i Prodigy oggi?

Sono di certo un trionfale ingresso sulla marcia militare della title track, accompagnata dalla voce armoniosa di Martina Topley Bird. Suoni corrosivi onnipresenti, dal primo singolo estratto “Nasty” sino a “Rok-Weiler” o “Wall of Death”. Sono ancora never outgunned in termini energetici. L’anima creativa di Liam si conferma, con questo sesto album, una mitragliatrice da dance floor incapace di incepparsi.

Fedeli, dunque, alla linea dell’hardcore di Shut up and Dance o Altern-8 in un certo senso; nel senso della dimensione del Rave, di ragazzini scalmanati in un’arena. I Prodigy d’altronde sono un brand congeniale allo show dal vivo. Sono impensabili senza il palco e sfido chiunque apprezzi o meno questo sesto disco a non riconoscere che una traccia come “Roadblox” è un muro di suono che live travolgerebbe chiunque.

Potenza e ribellione quindi, ma mano a mano che scorrono le tracce emergono elementi dissonanti. “Get Your Fight On” suona un po’ troppo identica a “Take Me To The Hospital”, i violenti pattern di drum machine sono sempre più piatti, rivolti ad una scarsa sperimentazione e sfociano in schemi di drum’n’bass e break beat poco audaci. I campionamenti vocali da artisti come Kool Keith o i samples ambientali di “Breathe”, particolari lavorati al punto tale da divenire negli anni punti di riferimento, sono sostituiti da abusati vocoder. Solo a sprazzi brilla di nuovo un’anima ricercatrice (il cupo sogno privo di base ritmica “Beyond the Deathray“) che di fatto era la vera linea di confine in grado di separare questa band dal resto del mondo rave.

Massimo rispetto per il genio creativo di Liam Howlett che, da bravo figlio della old skool, si presenta ancora sul palco con molta attrezzatura hardware, come il Moog che da il nome alla sua band e samplers della miglior qualità: i Prodigy restano un impianto industriale in grado di produrre armi da palcoscenico devastanti, ma per il resto c’è un po’ di desolazione. Per quanto ottimi giornalisti musicali come Christian Zingales (mio personale guru e guida nel mondo dell’elettronica da sempre) non apprezzassero, Fat of The Land era il disco giusto al momento giusto: l’immaginario produttivo di Howlett e la figura trasandata e poco raccomandabile di K. Flint, L. Thornhill e M. Reality si sposavano con la decadenza di fine millennio. Il ruolo che potrebbe giocare quest’ultimo album invece, oltre alla infallibile performance live, sembra essere quello di indistruttibile ponte verso un passato che i giovanissimi ravers dovrebbero, se non l’hanno già fatto, andare a scoprire.

Questi Prodigy vivono un po’ di rendita.

Tracklist:

  • 1 · The Day Is My Enemy
  • 2 · Nasty
  • 3 · Rebel Radio
  • 4 · Ibiza
  • 5 · Destroy
  • 6 · Wild Frontier
  • 7 · Rok-Weiler
  • 8 · Beyond The Deathray
  • 9 · Rhythm Bomb
  • 10 · Roadblox
  • 11 · Get Your Fight On
  • 12 · Medicine
  • 13 · Invisible Sun
  • 14 · Wall Of Death

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