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Cinema e dintorni | Pubblicato il 28 maggio 2014

pynchonsi

Pynchon fa parte di quella schiera di scrittori definiti “invisibili”: ce ne sono tanti annoverati in questo gruppo anche se, a differenza di gente come McCarthy e Salinger che un po’ di visibilità la hanno (spontaneamente o meno) concessa, Pynchon può essere considerato il re di questo enigmatico gruppo; nessuna apparizione in pubblico, mai una volta è andata di persona a ritirare un premio in suo onore, niente interviste né televisione. Conosciamo il suo volto solo attraverso qualche sbiadita foto degli anni giovanili della marina del 1953 (arruolato dopo l’abbandono degli studi di ingegneria) o coperto da un sacchetto di carta nelle due famose puntate dei Simpson: un sacchetto di carta su cui campeggia un emblematico punto interrogativo. E tramite quelle puntate il pubblico ha conosciuto anche la sua voce visto che è il doppiatore di se stesso. Unica sua frequentazione accertata è quella con l’altrettanto grande scrittore americano Don De Lillo che, manco a dirlo, mantiene sacra l’inviolabilità del suo amico. È quindi diretta conseguenza che il suo mito sfoci in leggenda, che si parli di mirabolanti (e, forse, poco credibili, ma tutto è possibile) collaborazioni, una su tutte quella con alcuni dischi degli altrettanto invisibili e misteriosi Residents. E, sempre di conseguenza, la sua incontestabile grandezza di scrittura, non è esente da critiche, talvolta anche pesanti, che vanno a colpire più il personaggio che l’opera ma che, ovviamente, si dirigono su di essa. I suoi labirintici itinerari di scrittura, veri emblemi dell’inqualificabile e indefinibile postmoderno, si creano dall’intreccio di storie su storie, dall’apparizione di centinaia di personaggi più o meno fondamentali (e, talvolta, addirittura inutili), dalla precisione storica dell’ambiente in cui sono calate le storie. È facile quindi confondere gli inafferrabili percorsi della mente dello scrittore con una ruffiana e divertita confusione che ha l’unico scopo nel mostrarsi enciclopedica.

Fare una cernita del romanzo enciclopedico non è certo opera di poco conto, anche solo partendo dall’ambiguità insita in questi stessi romanzi. Così si potrebbero annoverare gli intricati incastri di Joyce, i misticismi di Borges, i pasticciacci linguistici di Gadda e le scomparse di Perec ma, non si potrebbe non annoverare dentro questo gruppo, anche i romanzo di Pynchon.Le sue opere, talune di una mole spaventosa solo ad osservare la quantità di pagine fitte di inchiostro, sono pregne di un’ambizione mostruosa, sono veri e proprio obelischi che stanno lì a mostrare la sapienza e l’ineffabilità, composti partendo da storie marginali, da frammenti scomposti, parti della cultura e della società, da misteriosi fatti che, con lavoro certosino, cercano di essere ricostruiti. È questo anche lo scopo dei personaggi che cercano di elevare le loro vite al rango dell’utilità, cercando fondamenta sensate in un mondo che fondamenta non le ha. Chiara questa concezione in uno scritto di Pynchon all’uscita di un suo romanzo: “racchiudendo il periodo fra l’ Esposizione universale di Chicago del 1893 e gli anni subito successivi alla Prima guerra mondiale, questo romanzo passa dalle lotte dei lavoratori in Colorado alla New York di fine secolo, a Londra e Gottingen, Venezia e Vienna, i Balcani, l’ Asia centrale, la Siberia ai tempi del misterioso caso Tunguska, al Messico durante la rivoluzione, alla Parigi del dopoguerra, alla Hollywood del film muto, oltre a uno o due posti che ad essere precisi non sono nemmeno sulla carta geografica.”.

tristero

Uno dei punti da cui partire per comprendere al meglio questa esorbitante quantità di inputs, è il romanzo “L’incanto del lotto 49”, un’opera di sorprendente brevità, possibile da classificare nel mondo variegato dei thriller postmoderni, meravigliosamente incatturabile nelle maglie di genere e, nello stesso tempo, dalle possibili interpretazioni. C’è l’intreccio dei numerosi fili narrativi di cui non è possibile, in questo spazio, tentarne un riassunto, vista la varietà e i diversi piani che si sovrappongono. Basti solo dire che tutto parte quando, morto il magnate californiano Pierce Inverarity, Oedipa Mass, sua ex-amante, scopre di essere nominata esecutrice testamentaria, con il compito di catalogare il museo di lasciti dell’ex-marito, che va dai francobolli rari agli immobili. Basti dire che, una volta accettato l’incarica, Oedipa Mass incontra il fantomatico servizio postale clandestino W.A.S.T.E. (We Await Silen Trystero’s Empire) che affonda le sue radici in un mondo lontano e medievale. La cosa più giusta è fermarsi qua e lasciare aperto il resto del romanzo che, per la sua natura, può essere indagato da molteplici luoghi e con molteplici risultati. Lo stesso personaggio Pynchon vive di questa sua immersione in mondi numerosi e non sempre comunicanti, un’immersione che lo porta a nuotare tra le periferie abbandonate, misteri storicamente rilevanti, leggende urbane e quant’altro di misterioso e non luminoso vi possa venire in mente.

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