Logotipo di Son of Marketing realizzato dal superbo grafico italiano Alessandro 'Aesse' Scarpellini
youtube Soundcloud Basecamp

Recensioni | Pubblicato il 3 giugno 2014

swans-to-be-kind

Swans

To be Kind

Genere: psych-rock-noise

Anno: 2014

Casa Discografica: Young God, Mute Records

Servizio di:

Ecco il terzo capitolo della rifondazione degli Swans. La band americana alza ancora il tiro, eleva oltre la visuale dell’orizzonte sonoro la sua visionaria arte, adombrandola e martirizzandola oltremodo. Michael Gira non è nuovo a queste discese negli inferi dell’interiorità umana, nè lesina mai sulla violenza del suo messaggio, sulle finalità del suo sporco lavoro: i suoi concerti sono sempre stati al limite della sopportazione per gli ascoltatori. La materializzazione della sofferenza, nel corso degli anni, si era gradualmente assottigliata, era quasi svanita dando più spazio alla discrezione cantautoriale in solitaria oppure al folk transgenico degli “angeli della luce” (anche se Lucifero in persona era sempre dietro l’angolo cieco). Ora, come avvenne a fasi alterne nella prima e nella seconda età della loro esistenza borderline, l’entità sovrumana prevale sul tutto, non rinunciando mai, nemmeno per un momento, a una crudeltà innata ma necessaria, almeno per quelle che sono le loro intenzioni. “To be Kind” è la naturale consecutio al precedente The Seer, perfino le modalità non cambiano granché, ma non c’è il tempo per fare paragoni o confronti, perché il cigno nero non solo non fa prigionieri ma nemmeno promette miracolose rivelazioni, quindi ci rifila ogni nefandezza a sua disposizione, amplificando le sensazioni abbondantemente provate nel tragico – a tutti gli effetti – passato.

Due ore, signori, eccovi un’altra monumentale performance, superiore al precedente già eccessivo tomo e non solo nella durata: la ripetizione ossessiva di canoni noti, ma segretamente e gelosamente custoditi, trascina in una forma di trance causata da sostanze che sono dopate naturalmente, scientemente arricchite di poche – scintillanti – allegorie sonore che nel loro mutamento lento e inesorabile, assumono mille e una sfumatura di (umore) nero, di (furore) rosso, di (calor) bianco. Composto negli interstizi temporali tra una turneè e l’altra, in America, in Europa e nel resto del mondo, il nuovo monolitico lavoro di Michael & co si andava progressivamente ingrossando, nutrendosi di fraseggi universali e stranianti, di sensazioni notturnali, di gravità emotive, assumendo fisionomie disparate ma generosamente tradizionali, in attesa di essere somatizzato nello studio Sonic Ranch di El Paso (anche la location è sostanziale). Una legione di guest artist impreziosisce la crew: basterà citare le tre muse St. Vincent, Julia Kent e Little Annie. Giudicate voi quale momento sia più legittimo queste dieci composizioni che si inseguono nella colossale (definitiva?) noise-rock opera perché è ancora una volta l’insieme a prevalere sui frammenti.

“Screen Shot” apre la parata con un’inaspettata vena parossistica, tra funk glaciale e litanie etniche prelevate da sermoni eno-byrniani, con predilezione per una bagarre ordinata, che nel finale ricorda vecchie “brutte” abitudini. “Just a Little Boy (for Chester Burnett)” è un elegiaco blues rallentato dedicato al celebre chitarrista Howlin’ Wolf con tanto di sordina sulla voce ed effetti grotteschi sui cori sguaiati: molto riuscita l’atmosfera vintage sudista.

“A Little God In My Hands” insiste su ritmo e nevrastenia nel pieno ripristino di canoni funk&noise incentrati su un crossover colaudato bene negli ultimi trent’anni, e per questo duraturo in efficacia. “Bring the Sun /Toussaint L’Ouverture” è una suite importante di 34 minuti di bulimia cosmica sospesa tra accenni visionari a The End, visioni anacronistiche di Ummagumma e altre psichedeliche intrusioni.

“Some Things We Do” è lo straordinario succo del nuovissimo/antichissimo suono Swans, somma di preziose peculiarità musicali e di dure prese di coscienza di un testo cacofonico e implacabile. “She Loves Us!” ribadisce senza mezze misure una dedizione forsennata alla personale interpretazione di Gira & co del viaggio lisergico, attraverso la mentale trasmutazione del suono: qui ci sono  i Can spaziali di Mother Sky che flirtano con un gospel fuori sincrono intonato da emulative entità chtuliane: il finale post-hard rock liquefa anche i nervi più saldi.

“Kirsten Supine” è una più usuale ballad, inquieta, pervasa di campane tubulari ammalianti e chitarre fumantine: emozionante quanto laidamente compulsiva. Stupisce invece “Oxygen”, un punk-funk virato no wave le cui venature terzomondiste inscenano una ossessiva macumba metropolitana in deflagrante incostante crescendo. “Nathalie Neal” è ancora ancestrale realismo magico, tra didgeridoo immaginari, ritmiche ripetizioni corali e traslucide anamnesi sonore in rallentato ma inesorabile crescendo distruttivo fino alla frantumazione degli schemi tramite chitarrosi letali assalti nei quali la voce incita e annichilisce.

Finalmente dopo interminabile e necessario frastuono arriva l’illusione del perdono e della redenzione nei primi cinque minuti di trasognanza di “To be Kind, il rumore però gradualmente irrompe a deliberare e la quieta dura poco: è ancora tempo di “patire”.

La critica nei riguardi della band non ha mai fatto mancare la sua attenzione (nonostante venti e più anni fa la band fosse pressoché sconosciuta ai più), ma questa rinascita deve averne alterato la percezione: da un lato l’entusiasmo sembra a volte esagerato, e dall’altro canto qualche purista parla di noia con sufficienza arrogante, dimenticando quale stagione derivativa, hipsterica e priva di sussulti VERI stiamo vivendo (la disarticolata forbice tra i giudizi sia nel web che nella carta stampata ne è una prova eclatante). Mister Gira va giudicato con altri metodi, che vanno al di là di formalità musicali o musicofile e ben oltre semplici sche(r)mi mentali: il suo è un codice d’onore antico, dettato da un’integrità – nel bene e nel male – guadagnata, anzi sudata, la quale è diventata tale dopo essere stata più e più volte frantumata: non si tratta solo di musica, ma di una propria personale espiazione.

Voto: 8,2/10

Tracklist:

  • 1 · Screen Shot
  • 2 · Just a Little Boy (for Chester Burnett)
  • 3 · A Little God In My Hands
  • 4 · Bring the Sun / Toussaint L'Ouverture
  • 5 · Some Things We Do
  • 6 · She Loves Us
  • 7 · Kirsten Supine
  • 8 · Oxygen
  • 9 · Nathalie Neal
  • 10 · To Be Kind

Articolo precedente:

Articolo seguente:

Developed by | MM and designed by Aesse

Questo sito web utilizza i cookie al fine di migliorarne la fruibilità. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Maggiori Informazioni | Chiudi