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Recensioni | Pubblicato il 5 marzo 2015

A-Place-To-Bury-Strangers-Transfixation

A Place to Bury Strangers

Transfixiation

Genere: Shoegaze, Post-Punk, Noise-Rock

Anno: 2015

Casa Discografica: Dead Oceans

Servizio di:

Non c’è soddisfazione più grande, per chi è cresciuto tra gli ottanta ed i novanta, tra i Jesus and Mary Chain ed i My Bloody Valentine, alzare il livello di distorsione; distorcere la propria voce, estenderla ad urlo lacerante, farsi sentire(ascoltare) dal mondo. Rendere chiaro il proprio ruolo.
E’ una dichiarazione d’intenti. E tre ragazzi nativi di Brooklyn, forti della benedizione di “Sir. Distortion” Kevin Shields e di live sets devastanti, l’hanno dimostrato, ancora una volta.

Per gli A Place to Bury Strangers l’uscita di questo nuovo Transifixiation (Dead Oceans, Secretly Canadian) ha assunto il sapore di una vera e propria sfida, a prescindere dalle aspettative riposte nei loro confronti da stampa ed aficionados della prima ora.

“La vera battaglia è contro se stessi”: i tre newyorkesi hanno infatti sempre abituato i loro ascoltatori ad alzare la soglia del proprio dolore uditivo, spingendoli, album dopo album, verso il dolce baratro della sordità. Quindi, niente di nuovo se si dice che, per certi versi, la nuova release di casa ATPB è un esercizio di stile nell’ambito del noise e del lo-fi, che eguaglia o addirittura supera il lavoro di produzione svolto nei precedenti album.

Fai partire il disco, e subito vieni “stordito” da un esercito di onde sonore: i tre minuti spaccati di “Supermaster” sono quanto di più utile per dar grane ai tuoi vicini di casa bigotti, o per coprire il fastidioso rumore della segheria sotto il tuo appartamento. La palla demolitrice di Miley Cyrus non ha nemmeno metà della potenza devastante di “Fill the Void”, con un chorus talmente eighties e Bauhaus-centrico che ti apre il cuore in due.
La mente dell’ascoltatore si splitta contro il muro sonoro di “Deeper”, dal mood-doom, nero come la morte: a questo punto, i vicini si sono già suicidati.

Il caos urbano di Brooklyn e le visioni notturne del leader Oliver Ackermann si palesano nelle note di “What we don’t See”  che materializzano fantasmi nei fumosi antri oscuri della Grande Mela. “Lower Zone” è una pillola che invece ci porta nell’underground, dove il suo ritmo scandisce la corsa di un treno, ed un giro di basso killer accompagna l’accurato drumming da teatro kabuki del neo-acquisto Robi Gonzales: una prova di grande impatto e spessore al suo esordio nella band. Il finale è affidato all’acidissima “I Will Die” che pone i newyorchesi in un limbo tra i rumorismi post-ottantiani dei Godflesh e lo shoegazing.

Mettetevi comodi su di una poltrona, con una buona tazza di tisana, rilassatevi, applicate i vostri tappini. Godetevi lo spettacolo, cercando di non affogare.

Tracklist:

  • 1 · Supermaster
  • 2 · Straight
  • 3 · Love High
  • 4 · What We Don't See
  • 5 · Deeper
  • 6 · Lower Zone
  • 7 · We've Come So Far
  • 8 · Now It's Over
  • 9 · I'm So Clean
  • 10 · Find the Void
  • 11 · I Will Die

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