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Cinema | Pubblicato il 30 aprile 2012

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Il Trento Film Festival è forse l’evento cinematografico sulla montagna più importante a livello europeo. In pochi giorni si sono dati appuntamento in trentino i più grandi alpinisti mondiali, per partecipare ad eventi sul tema, ma soprattutto per visionare un gran numero di film per lo più di stampo documentaristico e spesso di pregevole fattura. Tra i premi presenti una importanza non secondaria assume quello assegnato dagli studenti delle Università di Trento, Bolzano ed Innsbruck al lavoro di un giovane regista al di sotto dei trentatré anni. Quale membro della giuria di quest’anno ho potuto visionare varie opere in concorso e in questo articolo sprecherò qualche parola per quelle che, a mio parere, sono risultate le più valide e rilevanti.

Innanzitutto non posso esimermi dal parlare del cortometraggio Shoshala di Yannick Boissenot, una proiezione toccante e coinvolgente che ha unanimemente colpito noi giurati. La trama segue il viaggio di tre giovani alpinisti verso la conquista della cima del Shoshala, a est del Tibet, proiettandoci efficacemente all’interno dei loro conflitti, delle paure e delle soddisfazioni che li accompagnano. Una volta di più l’ascesa diviene metafora di un percorso interiore verso la coscienza di sé, che il regista riesce a raccontarci mantenendo il ritmo serrato ed avvincente anche grazie all’aiuto di una colonna sonora incalzante e di scelte registiche semplici ma riuscite (su tutte le numerose riprese dall’alto dei protagonisti mentre si muovono su pareti a parecchie centinaia di metri dal suolo).

Il secondo lavoro che vorrei menzionare è anche quello che più mi ha colpito. Si tratta di Peak, un documentario tedesco diretto da Hannes Lang che tratta in modo estremamente delicato ed oggettivo il tema del rapporto umano con la natura. Una parte di quest’opera è costruita per mostrare allo spettatore la quotidiana lotta dei grandi impianti sciistici tedeschi contro lo sciogliersi dei ghiacciai, combattuta a suon di neve artificiale e di altri espedienti tecnici tutti volti a fronteggiare l’inevitabile nella flebile illusione di potersi opporre al corso naturale delle cose. La seconda parte è invece incentrata su una famiglia altotesina insidiata in una casa in mezzo alle montagne che si ostina a vivere a contatto con la natura, senza opporsi ad essa ma assecondandola ed apprezzandola. I movimenti di macchina lenti, misurati e perfettamente equilibrati sono uno dei punti di forza del film, come pure la fotografia elegante e mai sottovalutata. Infine meritano un cenno l’incipit ed il finale, momenti di denuncia del distacco tra tradizione e modernismo attraverso composizioni contrastanti, tra cori e melodie di un tempo e paesaggi ormai civilizzati o in cui comunque l’essere umano ha posto la sua mano.

L’orogenesi di Caldwell Lever è il primo film italiano di cui vi parlo. Un mediometraggio in dieci atti che, sulle note di Monteverdi e con la voce del celebre attore Giorgio Albertazzi, ci racconta storie e miti salienti di italica memoria, ambientandoli in un paesaggio naturale e incontaminato attraverso una rappresentazione più intuitiva che fedele. Il risultato di questa operazione è di comprensione un po’ difficile ma carezza abilmente i ricordi storici dello spettatore riportandolo indietro di secoli solo attraverso la forza delle immagini e delle melodie.

Un cenno merita anche L’oro bianco e altri racconti, corto di Lorenzo Apolli sul tempo e la sua sospensione. Con una regia lenta e complessa l’artista mette in risalto la somiglianza dello scorrere del tempo in tre diversi luoghi. Innanzitutto alcune scene sono girate tra i ruderi di un antico paesino ormai annualmente sommerso da un lago artificiale, immagine perfetta di quiete statica. Gli stessi ritmi sospesi vengono poi ricercati nella noia della giornata lavorativa di alcuni addetti alla manutenzione degli impianti idrici del bacino, e nella snervante attesa di una battaglia suggeritaci da filmati d’archivio che riprendono scene di vita quotidiana di un battaglione alpino. I tre paesaggi, così diversi tra loro, vengono messi a confronto con sconcertante maestria ed in religioso silenzio; in questo modo il pubblico stesso è risucchiato all’interno di queste scene distanti ed immobili.

Di tutt’altro genere è l’opera Encima del Volcan di Marc-Olivier Brulle che, sulla scia del filone inaugurato dall’Into the Wild di Sean Penn, ci parla di un viaggio verso i limiti estremi alla ricerca del proprio io. Tre amici partono per una spedizione nelle Ande ma, a distanza di mesi, scopriranno di essere entrati tutti in una profonda crisi e, uno alla volta, si separeranno, ognuno in cerca di risposte ai propri quesiti e di quella libertà che solo una totale immersione nella natura riesce a dare. Il finale è volutamente aperto per lasciarci il dubbio sull’esistenza o meno di una soluzione a quel male di vivere che, in fondo, è sempre in agguato nell’animo di chiunque.

Infine l’ultimo lavoro che vorrei presentare è Der Weisse Scharz un die Salzarbeiter von, di Eva Katharina Buehler; una lucida inchiesta che ancora una volta pone l’uno di fronte all’altro il progresso e la tradizione. Il film è uno sguardo discreto sulle vita della gente di Caquena, piccolo villaggio boliviano che sorge sulle sponde di un immenso lago di sale da cui la gente del posto trae sostentamento attraverso un arduo lavoro di estrazione. La scoperta di un giacimento di litio al di sotto della superficie di questo deserto bianco potrebbe sconvolgere per sempre le vite di queste persone, che guardano agli sviluppi di tale vicenda con apprensione ma anche con malcelate aspettative. L’occhio della videocamera della Buehler non è mai invadente e si limita ad accompagnare di nascosto questo lento oscillare tra vecchio e nuovo, tra i timori di una generazione ormai anziana e l’entusiasmo (forse eccessivo) dei giovani; il tutto col supporto di una fotografia aperta e generosa.

In conclusione il taglio documentaristico, decisamente privilegiato dagli artisti, non ha danneggiato la godibilità delle opere, permettendo invece loro di analizzare e sviscerare in profondità i temi affrontati attraverso l’uso di tempistiche assai dilatate. La montagna, argomento principe della rassegna, è stata sezionata in tutti i piccoli aspetti che lo compongono con una padronanza encomiabile e, spesso, con una abilità che lasciava intendere un’esperienza ben più profonda di quella della mera età anagrafica.

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