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Dischi DOC | Pubblicato il 5 settembre 2012

InterpolTurnOnTheBrightLights600PR280912

Interpol

Turn on the Bright Lights

Genere: Alt-rock

Anno: 2002

Casa Discografica: Matador Records

Servizio di:

Questo articolo è stato scritto per la Rivista Paper Street e lo trovate a questo link

Chissà se Il Manager della Matador Records che ha messo sotto contratto gli Interpol nel 2002 si è accorto del capolavoro che aveva sotto le mani e del potenziale del gruppo al momento della pubblicazione di “Turn on the Birght Lights”. Evidentemente si. Fu anno particolarmente importante e che ha regalato uscite notevoli come quelle di Queens of the Stone Age, Xiu Xiu, Notwist, Amon Tobin e Mum. Ma il disco del gruppo di New York è stato quello che probabilmente ha maggiormente influenzato la scena alternativa dei 10 anni successivi (il disco è uscito il 20 Agosto 2012).

In un decennio in cui le band wave-revival sono spuntate come erbacce tra i fiori, gli Interpol hanno rappresentato uno di quei fiori ma con la capacità di sapersi differenziare producendo un qualcosa che potrebbe definirsi innovativo e che ha assorbito quanto di buono c’è stato nei decenni precedenti. E a questo si deve aggiungere l’elevata qualità tecnica dell’organico che compone il gruppo.

Si parte dall’esperienza del batterista Sam Fogarino (che Ha suonato in varie band fra cui  The Holy Terrors, Gus, The Wahoos, Napoleon Solo), l’estro creativo di Carlos Dangler (basso e tastiere), il virtuosismo del chitarrista Daniel Kessler e poi c’è Paul Banks, la cui voce è parte fondamentale del suono costruito dalla band.

Ed è proprio la voce la prima caratteristica da analizzare: con un timbro vocale del genere, Paul Banks avrebbe potuto benissimo sfruttare l’assonanza con quella di Ian Curtis; ma anche se ci sono momenti che fanno rimembrare la somiglianza, Banks ha saputo metterla al servizio della variabilità del suono. La rielaborazione del post-punk tocca con loro i massimi livelli sia dal punto di vista della composizione che della scrittura: restano gli echi, le strutture e gli umori della corrente wave e vengono canalizzati verso un suono cosiddetto alt-rock che contiene momenti di puro rock, rimandi shoegaze e anche eleganti momenti melodici. Le strutture ritmiche si alternano da momenti spigolosi e insidiosi fino ad episodi più rilassati e di impalpabile sensibilità.

Queste due anime si congiungono nell’iniziale “Untitled”, una delle vette dell’album: un linea di basso vibrante che si sovrappone in modo naturale con gli altri strumenti e che crea una strato di tensione che contrasta piacevolmente con l’eterea atmosfera creata dalla chitarra e dalla voce di Banks che sussurra semplici ma efficaci parole: “Surprise, sometimes, will come around /I will surprise you sometime/I’ll come around/Oh, I will surprise you sometime/I’ll come around when you’re down.

Il suono si irrobustisce con il classico “Obstacle 1” che gioca molto sui cambi di ritmo e nella quale la voce di Banks da il meglio di se per la sua capacità di riuscire a tenere testa alla veemenza controllata della musica e soprattutto per l’intensità emotiva. “NYC” non perde l’aspetto vibrante (che riemerge soprattutto nel finale), ma i ritmi risultano dilatati e viene fuori anche l’aspetto melodico della musica degli Interpol. Si ritorna a ritmi più serrati con la perfetta “PDA”: quasi compulsiva, è quella che più ripercorre le strutture post-punk, anche se nei ritornelli il sound è meno ruvido.

Non si può dire la stessa cosa per la devastante “Say Hello to the Angels”, nella quale vi è un ulteriore accelerazione nella parte iniziale e prevalentemente nelle strofe (straordinario l’inizio secco), mentre nei ritornelli e nel finale c’è un deciso “slow-down” che mette ancora una volta la capacità del gruppo di gestire impeccabilmente i cambi di ritmo. E lo dimostreranno ancora una volta nella successiva e nervosa “Roland” , fra i migliori pezzi dell’album.

A metà disco arriva l’altro capolavoro del disco “Hands Away”: inizio con la sola chitarra, alla quale poi si sovrappone la batteria e poi così via gli altri strumenti. Atmosfera desolante, ritmo crescente e picchi emozionali sia per l’interpretazione vocale di Banks e per l’amplificazione dello strato nervoso portata dagli strumenti. E il testo non è da meno, in qualche modo ermetico ma come sempre efficace: “Will you put my hands away?/Will you be my man? Serve it up, don’t wait/ Let’s see about this ham./Oh, what happened?/Home spun desperation’s knowing /Inside your cover’s always blown.”.

Con “Obstacle 2” viene continuato e rifinito ottimamente il lavoro sulle distorsioni, mentre con “Stella was a driver e she’s salways down”, una delle canzoni più richieste e acclamate ai concerti, si incrociano le due strade che hanno percorso gli Interpol con questo album di debutto: la sezione strumentale è tendenzialmente lineare (ed è questo che rende il pezzo di facile approccio) ma secondo dopo secondo viene ricamata una trama che alterna lineamenti aggressive a livelli decisamente più “dolci” (in particolare lo si può notare nella sublime leggerezza dell’ultimo minuto).

Questo aspetto lo si ritrova anche in “The New” ma se ci si ferma a metà pezzo: al giro di boa il brano prende tutt’altra piega e conosce il momento più “heavy” dell’intero album (solo per qualche secondo si riapproprierà della scena la chitarra). La chiusura è affidata a “Leif Erikson” che ci riporta il tutto su ritmi più atmosferici.

Sono passati 10 anni ma “Turn on the Bright Lights, come tutte le pietre miliari della musica, è ancora un disco moderno e sulla quale musica molti gruppi di recente formazioni basano le loro composizioni. Oltre alla forte influenza sulle future generazioni, resta la grande diligenza nella calibrazione dei ritmi e la diligenza nell’uso di ogni strumento che ha rivelato una straordinaria capacità compositiva che eleva questo disco a simbolo del decennio appena trascorso.

Voto: 8,5/10

Tracklist:

  • 1 · Untitled
  • 2 · Obstacle 1
  • 3 · NYC
  • 4 · PDA
  • 5 · Say Hello To The Angels
  • 6 · Hands Away
  • 7 · Obstacle 2
  • 8 · Stella Was A Diver And She Was Always Down
  • 9 · Roland
  • 10 · New
  • 11 · Leif Erikson

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