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Cinema | Pubblicato il 21 settembre 2014

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Jonathan Glazer è forse meglio conosciuto per i suoi videoclip piuttosto che per la sua corta filmografia: tra i suoi lavori più riusciti ci sono Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead, il commovente Into My Arms di Nick Cave, l’indimenticabile Karma Police ancora una volta dei Radiohead, delle vere e proprie pietre miliari nella generazione di MTV. Basta dare un’occhiata ai suoi lungometraggi per evincere la sua provenienza dal mondo dei video musicali; i suoi film sono accomunati da una cura maniacale per l’aspetto visivo e per la colonna sonora. Eppure il suo ultimo lavoro Under The Skin non potrebbe essere più diverso dall’esordio di ormai quattordici anni fa, Sexy Beast, un film esuberante, ricco di personaggi e di svolte narrative, ironico e soprattutto umano. Un’umanità del tutto avulsa ad Under The Skin, un progetto ambizioso e sentito in cui si tenta un’impresa apparentemente impossibile: raccontare il nostro mondo attraverso il punto di vista di una creatura aliena. Glazer nella sua sceneggiatura essenziale non si preoccupa di fornirci troppi dettagli, rifugge la didascalia e la spiegazione facile. All’inizio siamo avvicinati da una luce blu, che insieme ad un rumore continuo di derivazione incerta e ad un essere che si esercita con i tipici suoni della lingua inglese come se li avesse pronunciati per la prima volta potrebbero essere la risposta su pellicola alla musica drone. Questa sequenza serve molto bene nel suo intento di alienarci dal mondo umano e a farci rinascere sulla Terra insieme alla creatura extraterrestre protagonista, rivestita da un involucro umano dalle fattezze di Scarlett Johansson. La sua missione sembra essere piuttosto semplice: rapire esseri umani all’interno del suo territorio di caccia, la Scozia. Durante i suoi viaggi in furgone osserviamo l’umanità attraverso degli occhi lontani e indifferenti e proviamo uno spiazzante sentimento di estraneità verso la nostra stessa specie grazie una particolarissima messa in scena che gioca abilmente su un sonoro sovradimensionato rispetto alle voci, spinte ai margini insieme ai rumori del sottofondo. Questo fa sì che l’umanità, che si muove nelle strade cittadine di Glasgow come le formiche nei loro formicai, finisca per assomigliare agli animali che potremmo osservare in un documentario della BBC. A rafforzare questa sensazione straniante è l’accento pesantemente scozzese egli interlocutori dell’alieno (che d’ora innanzi chiameremo con il suo nome ‘da caccia’: Laura). Un linguaggio praticamente incomprensibile ai non-scozzesi che ci fa percepire le loro parole come una sorta di verso senza significato.

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Una volta adescati, i giovani vengono attirati nella tana della creatura e qui Laura, accompagnata da un’efficacissima base musicale fatta di monotone percussioni e suadenti archi distorti, li immola per degli scopi che sfuggono alla nostra comprensione, così come un bovino non potrebbe mai arrivare a capire il senso di un mattatoio. Le bellissime sequenze di caccia sono inquietanti ma anche conturbanti, assomigliano alla danza di un insetto che attira la preda ignara sui fili luccicanti della sua ragnatela. C’è chi si è lamentato della ripetitività in questa fase del film, ma io credo che sia assolutamente necessaria per trasmettere quella sensazione indefinibile a metà strada tra il rituale liturgico e la coazione a ripetere propria della pornografia. La svolta arriva quando Laura si imbatte in un uomo deforme: attraverso la di lui deformità in lei si innescherà un processo di empatia tanto che deciderà di rinunciare alla sua missione e proverà ad imparare veramente dalla razza umana, mettendo da parte il linguaggio della scienza per servirsi di quello dell’amore. Tuttavia l’empatia porta alla pietà, e la pietà alla debolezza: sarà l’inizio della sua fine. L’opera di Glazer è scarna e minimale e molti l’hanno trovata, per questo motivo, povera di sostanza, ma personalmente non potrei essere più in disaccordo. Tra i silenzi e gli sguardi dei pochi personaggi si cela un universo di possibili chiavi di lettura, che Glazer ha scelto di lasciare alla discrezione dello spettatore. Il film potrebbe essere uno studio sul sesso nella contemporaneità (in fondo Laura è un’involucro di plastica: proprio come alcuni idoli sessuali della nostra generazione), un tentativo di scardinare i concetti di diverso, alieno, deforme, una disamina sull’incomunicabilità, o ancora una metafora sullo sfruttamento nel mondo occidentale degli animali che noi riteniamo inferiori, ma anche una satira spietata sull’essere umano in quanto specie, dissezionato con precisione quasi entomologica. Il regista si è tenuto lontano da facili risposte, che cambieranno a seconda della sensibilità dello spettatore, realizzando un’opera visiva, ma anche viscerale e fisica che pone il mezzo cinematografico al centro del suo discorso.

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Qualche parola è d’obbligo sulla sorprendente interpretazione della Johansson, alle prese con un ruolo difficilissimo. Molti l’hanno definita semplicemente inespressiva, ma io credo che dietro il suo personaggio ci sia stato un lavoro ben più complesso. Con la sua interpretazione fredda e meccanica l’attrice non si limita a nascondere le emozioni: riesce piuttosto a calarsi con il volto e con la sua fisicità dentro un’entità imperscrutabile, a trasmettere la sensazione di maschera extraterrestre, tanto che curiosamente le numerose scene di nudo risultano quasi anti-sensuali. Non è forse un’interpretazione appariscente, ma è uno degli elementi chiave su cui si fonda la riuscita di questo piccolo gioiellino fantascientifico.

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