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Cinema e dintorni | Pubblicato il 12 dicembre 2013

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Per ermeneutica si intende l’arte dell’interpretazione, del chiarimento e della spiegazione. Se cercate su un qualsiasi motore online la parola “ermeneutica”, tra i primi risultati di ricerca troverete sicuramente uno dei testi fondanti di tale pensiero, “Verità e metodo” di Hans-Georg Gadamer. Tralasciando i complessi significati filosofici di queste due parole (l’opera, detta proprio in soldoni, è un’indagine sulla natura della comprensione umana), prendiamo in considerazione quelli più semplici e diretti. La Treccani recita circa la verità: “Carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principî dati o a una realtà obiettiva” e, circa il metodo: “In genere, il modo, la via, il procedimento seguito nel perseguire uno scopo, nello svolgere una qualsiasi attività, secondo un ordine e un piano prestabiliti in vista del fine che s’intende raggiungere”. Bene, nella pellicola di Pif (all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto) si rintracciano entrambe queste attitudini, andiamo a vedere perché.

Il film è strutturato come un vecchio romanzo di formazione e racconta la vita di Arturo, che si svolge a Palermo; ha inizio quando è solo un bambino e si conclude quando diventa padre; un arco di tempo in cui scorre una generazione. Tutto scorre, panta rei: il bambino Arturo scopre dell’esistenza della mafia ancora da piccolo, inizia a nutrire una vera e propria ossessione per Giulio Andreotti (tanto che il padre, suo malgrado, gli regalerà un poster da tenere in camera) e si innamora di Flora, una sua compagna di scuola (che lascerà l’Italia a causa dei loschi affari del padre e tornerà a Palermo da adulta, interpretata da Cristiana Capotondi, per fare da segretaria alla candidatura di Salvatore Lima). Crescendo sembra un piccolo promettente giornalista (bella la scena dell’intervista del bambino al generale Dalla Chiesa) ma scopre pian piano le difficoltà della vita e l’assurda difficoltà di trovare un lavoro. Tutto scorre dicevamo, la vita di Arturo (interpretato da grande dallo stesso Pif) è una vita comune, piatta, scandita dai cambiamenti degli anni che passano, dal passaggio dall’infanzia all’adolescenza e, ancora, all’età adulta; una vita normale che corre con i suoi momenti sempre diversi. Qualcosa però resta uguale. Qualcosa si mantiene come una linea retta, che assume sempre le stesse coordinate, e fa da contraltare al grafico scomposto che è lo scorrere della vita: l’attività della mafia. Questo è uno degli spunti che dà l’intelligente film di Pif. Le stragi condensate tra gli anni ’80 e ’90 sono numerose e sanguinarie (si fa riferimento a personaggi come Riina, alle stragi di Capaci e via d’Amelio) e si ripetono, inarrestabili, durante la vita degli italiani, dei siciliani e, ancor di più, dei palermitani. Una forza difficile da arrestare che fa da skyline alla vita personale di ogni cittadino

La forza del racconto è mossa da un sentimento di verità che porta all’educazione. La fine del film è emblematica in questo senso: Pif porta suo figlio, fin da quando è un pargolo, che non capisce o non è interessato, davanti alle targhe di marmo che ricordano questo o quest’altro uomo che ha pagato con la vita la sua sete di verità. Per disegnare questo spaccato Pif si serve di una tecnica simile al volo d’uccello, che partendo dal male istituzionalizzato, rappresentato dalle figure di spicco della repubblica, si sposta via via verso i criminali più bassi.

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Un cinema impegnato quello de “La mafia uccide solo d’estate” che riesce comunque a far sorridere fino alla fine ma che cerca comunque di trasformare il comico in tragico, ricordando come, figure come quella di Arturo, siano l’esempio da seguire. Ribelli verso un mondo che scorre per inerzia perché nessuno muove un dito, diversi perché radicati in una cultura che ha come pilastri sentimenti opposti a quelli della folla. Film educativo e ben fatto (non c’è da andare al cinema con la speranza di vedere apparire il fantasma di Tarkovsky, Pif mantiene il suo metodo e costruisce un’opera prima in cui ha un forte peso anche la sua carriera televisiva vista l’impostazione a metà tra un documentario e una fiction), gesto di riconoscenza verso i caduti, verso l’impegno di chi, cercando di rompere l’ordine delle cose, ha garantito il processo di conoscenza e di rigetto.

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