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Cinema | Pubblicato il 10 marzo 2015

Anni ’70, Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoneix) è un investigatore privato figlio della cultura hippie che passa molto del suo tempo a fumare marijuana. Shasta (Katherine Waterston) è una ragazza attraente, ex fidanzata di Doc, che gli chiede aiuto perché il suo nuovo accompagnatore, un ricco imprenditore, sta per essere messo fuori gioco da sua moglie e relativo “maestro spirituale”-amante. Sportello, che non riesce a dimenticarsi di Shasta, indagherà sulla faccenda e, andando oltre, entrerà in contatto con infiltrati in un contrabbando di droga che allargherà il tessuto narrativo all’inverosimile, per imbarcare personaggi fatti, strafatti e instabili, sotto un faro coerente anche se volutamente dispersivo ma chiaro negli intenti e nei valori.

Vizio di forma è tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, cui Paul Thomas Anderson si fa sceneggiatore, produttore e regista. È stato in cantiere per quattro anni prima di vedersi realizzato: già nel 2011 era pronto un primo testo sceneggiato, cui poi seguirono rimaneggiamenti ai quali non si sottrassero forti distanze dal romanzo originale, come la scelta di una voce narrante e l’intero finale.

È questa una delle poche volte in cui in un film con la droga essa non assume il ruolo d’indiscussa protagonista, o meglio ne amministra visibilmente le tematiche ma coesiste in un ambiente organico in cui risulta preponderante per la storia, ma non per lo sviluppo e tantomeno per le scelte tecniche. Gli anni ’70 sembrano vissuti dall’interno dallo spettatore, che non assiste a un’esagerazione tipica di un certo genere (Trainspotting, Requiem for a dream, Blow), ma pone in una condizione di minore artificiosità, dalla quale non scaturiscono giudizi morali. Ecco che l’asse non fatica a spostarsi su altri meridiani, alimentando una narrazione frenetica nei dialoghi, nei contenuti, negli intrecci fino alla dispersione, la quale prende forza dal senso di confusionaria vaghezza dei personaggi principali, non senza divertire. Questa narrazione, che potremmo chiamare con un neologismo “macchiettismo tossico-esilarante”, compone un’atmosfera tra il noir impegnato e comico grottesco che è assolutamente l’arma vincente della sceneggiatura. È vero, talune volte le briglie della trama si perdono forse eccessivamente, ma mai del tutto, riuscendo sempre a farci tornare in un modo o nell’altro nel filo del discorso.

Inherent-Vice-Benecio-and-Doc-2

Per riuscire a far ciò grande ruolo hanno avuto fotografia (Robert Elswit) e costumi (Mark Bridges), falsamente esasperati, sì molto colorati ma quasi mai saturati in post produzione, in verità allo stesso tempo vivaci e sporchi. La regia si contraddice nel dialogo iniziale tra Doc e Shasta (prima scena interna con telecamera a braccio dalla ripresa instabile) per poi farsi carico di molti piani-sequenza nei dialoghi con inquadratura fissa e zoom lento dal mezzobusto ai volti, creando un gustoso ossimoro tra conversazioni frenetiche, poco lineari, talvolta inseguibili, e regia focalizzante, forse paradossale. Inquadrature che non cercano la spazialità ma piuttosto la fisicità degli attori, mai la propria (ad eccezione della prima scena, come si è detto). Il comparto attoriale quindi svolge un ruolo portentoso di definizione del sapore dell’intero film, in cui si recita indiscutibilmente prima con il corpo e poi con la voce, pur con grosse cadute in scrittura dei personaggi quali Sortilège (Joanna Newsom), voce narrante ingiustificata e fastidiosa, senza agganci concreti nel tessuto narrativo, ma anche Penny (Reese Witherspoon), utile solo a collegare Doc all’FBI.

Joaquin-Phoenix-in-Inherent-Vice-slice

Christian “Bigfoot” Bjornsen (Josh Brolin) è l’ispettore“rinascimentale” del corpo di polizia di Los Angeles che funge da controparte istituzionalizzata e formale del nostro sciatto protagonista. Anche qui uno scontro tra opposti che serve in primis a divertire, ma anche a sbiadire confini e ruoli che troppo spesso rimangono concettualmente invalicabili, gioco di contrasti che buca lo schermo nel finale, in cui l’infiltrato Coy Harlinger (Owen Wilson) fa venir fuori la vera caratura morale del protagonista, regalando un messaggio di umanità, analisi tra forma e contenuto, sulla profondità della semplicità. Questo non nega però (nell’ultima scena con Bigfoot, e nell’ultimissima con Shasta) un elogio all’informalità e all’indefinitezza, scegliendo di chiudere con un colpo di spettacolo piuttosto che con la morale della favola.

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