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Recensioni | Pubblicato il 3 ottobre 2013

mahut

Mahùt

We never look up

Genere: Post-Rock, Folktronica

Anno: 2013

Casa Discografica: Som Non-Label

Servizio di:

A volte la musica riesce a portarti in luoghi dove non s’è mai stati prima e può farti sentire in balìa delle onde come barche di pescatori abbandonate nelle gelide notti invernali. L’ Ep che sancisce l’esordio dei Mahùt, band Salernitana nata da un’idea di Mario Izzo, Ludovico Rescigno, Giovanni Botta e Giulio Santaniello, è un viaggio immaginifico in paesaggi assolati e desertici, dove tutto è immobile ma allo stesso tempo caduco. Una dualità di fondo che attraversa tutto questo primo Ep, capace d’aprire ad un ascoltatore attento universi sonori cangianti ove è naturale aver voglia di’immergersi e perder pezzi di sé.

Nonostante si tratti di un esordio, in We never look up è nitida l’interiorizzazione della lezione post-rock di gruppi oramai affermati quali Sigùr Ròs, Mùm o Mogwai. La peculiarità di questo progetto, però, sta nel non aver seguito la mera strada del citazionismo ma d’aver intrapreso uno sperimentalismo derivante dalla fusione di vari elementi, riconducibili non solo al genere sopracitato. Rispetto al dualismo di cui sopra, s’alternano momenti di incredibile dolcezza, caratterizzati da un impianto sonoro mai sopra le righe e che tiene per mano le suggestioni dell’ascoltatore, a momenti ruvidi,dove chitarre distorte fanno da cesura tra il nostalgico e l’iroso.

L’ “intro”, prima vera traccia dell’ ep, vale da sola il prezzo del biglietto per questo breve ma intenso iter sonoro, impreziosito da atmosfere ultraterrene generate da un approccio elettronico volto a privilegiare suoni echeggianti e pacati che sembrano dar vita agli immutevoli paesaggi racchiusi nelle sfere di vetro natalizie. E’ una flessuosa increspatura quella che porta a “My dream in your drawer“,  ove è palpabile un cambio di registro con una batteria dal ritmo molto più sostenuto che amplifica l’intensità della traccia precedente, fino a giungere ad una multiforme esplosione sonora che si consuma in pochi minuti. Molto più cupa è la traccia “Thanks John“, guidata da una sezione d’archi e chitarre elettriche che manifestano un ricorrente affiorare di glitch e ruvide sonorità riconducibili agli scozzesi Mogwai. “The stars are holes in the sky“ parte da una funesta intuizione, ben percepibile nella prima parte di questo che è il brano più lungo dell’ ep, caratterizzata da buie onde sonore puntellate da un piano statico che solo negli ultimi due minuti esalta uno dei momenti più suggestivi di quest’esperienza, coadiuvato da un assolo di chitarra essenziale ma fortemente espressivo. La title-track “We never look up  è probabilmente la più variegata dal punto di vista sonoro le cui aperture melodiche digitali mostrano la miriade di sfaccettature che abbracciano quest’ambizioso progetto dalle altalenanti tonalità.

We never look up non può esser che descritto come un iperbolico viaggio musicato dall’inavvertibile battito d’ali di farfalla ma che pur genera uragani nell’animo dell’ascoltatore. Si ha la costante sensazione di sedere su un dolly cinematografico ove ognuno può scegliersi l’inquadratura che gli è più congeniale poiché anche nella musica, a volte, è questione d’angolazioni differenti,dove è il proprio punto di vista a segnare il confine tra il tangibile e non. Come il maestro A. Hitchcock  nel 1954 concesse allo spettatore una finestra metaforica sui vizi e le virtù degli esseri umani così i Mahùt offrono uno sguardo introspettivo sulla sensibilità dell’individuo che potrà percepire sentimenti di gioia, malinconia, dolore o semplice ed incondizionata ammirazione.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · My dream in your drawer
  • 2 · May revolution
  • 3 · The stars are holes in the sky
  • 4 · Thanks John
  • 5 · We never look up

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