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Recensioni | Pubblicato il 26 maggio 2014

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Guy Littell

Whipping the devil back

Genere: Folk-rock, songwriting

Anno: 2014

Casa Discografica: Autoprodotto

Servizio di:

Dalla Campania felix arrivano novità interessanti dal progetto che  ha già trovato spazio sulle nostre pagine e che fa capo a Guy Littell, moniker dietro cui si cela il napoletano Gaetano Di Sarno, il quale, a due anni di distanza dall’ottima prova discografica Later, si dà in pasto al presente con ben assestate “frustate sul culo del diavolo”.

Whipping the devil back segna un processo nitido di maturazione per Guy Littell, che già nel succitato Later aveva messo in mostra qualità indiscutibili e una passione di non poco conto per gli stilemi di natura folk-rock. Il fil rouge, qui, è rappresentato proprio da quella propensione al folk minimale, che si affida alla fedele chitarra acustica e a pochi essenziali strumenti (piano, chitarra elettrica e l’armonica di Steve Wynn) che s’avvicendano nelle atmosfere sfocate ricreate da Di Sarno. Tra luci e ombre si svelano le undici tracce dell’album, dolenti e malinconiche da un lato, baldanzose e audaci dall’altro, con riferimenti nitidi agli spiriti-guida mai celati dal folker campano, quali Neil Young e Van Morrison che riaffiorano nei brani “Lonely ad happy night” e “Lovely People”, caratterizzati da un piglio melodiosamente introspettivo e che abbraccia anche “Cedar Forest”, canto alla Luna da lupo della steppa, trafitta dagli echi appena distinguibili del piano e che trasmutano in concentriche vibrazioni elettriche.

Le dinamiche imprevedibili dell’album si giocano sui contrasti piano/forte come nella ritmata “Maybe”, di matrice Wilco o nella title-track “Whipping the devil back”, dove il tiro folk Dylaniano e dilaniante è accentuato dalla presenza all’armonica di Steve Wynn (The Dream Syndicate, The Baseball Project), che ne impreziosisce l’esecuzione. Più essenziali le elucubrazioni intorno a brani come “Deep enough”, il brano probabilmente più riuscito per l’ottima commistione tra la resa acustica e il cantato di Di Sarno, che qui diventa estensione tridimensionale dello stato d’animo dischiuso nel semplice giro di chitarra acustica che ne traccia il nitido profilo (molto profondo). Sulla falsariga degli albori Neilyoungiani  corrono “Waiting for my shift to start” e “Every tiny drop of light”, dove trova spazio anche un breve intervallo d’archi. Sulle trame eteree e trasognate di “You disturb the light” sfumano via circa mezz’ora di rincorse su spiagge assolate nostrane e panorami desertici del Nord-America.

Guy Littell fa centro ancora una volta e colpisce la parte più delicata dell’ascoltatore, quella più intimista. Su leggeri tappeti sonori si muovono storie e vibrazioni che incantano per la loro sincerità nel mettersi a nudo senza falsi pudori. Scudisciare il diavolo è una metafora convincente di come si possano affrontare i fantasmi del nostro tempo con la delicatezza della poesia e Guy Littel riesce a farlo con l’indolenza di un avanguardista folk-(post)rocker.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Lonely and Happy night
  • 2 · Lovely people
  • 3 · Cedar forest
  • 4 · Maybe
  • 5 · Deep enough
  • 6 · Whipping the devil back
  • 7 · Waiting for my shift to start
  • 8 · Every tiny drop of light
  • 9 · Is it right
  • 10 · Need you, have you
  • 11 · You disturb the light

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