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Recensioni | Pubblicato il 9 ottobre 2014

White Rooms Album Cover

Graveyard Tapes

White Rooms

Genere: Alternative, Sperimentale

Anno: 2014

Casa Discografica: Lost Tribe Sound

Servizio di:

L’anno scorso vi abbiamo parlato dei Graveyard Tapes, la collaborazione fra  Matthew Collings, compositore di Edimburgo (noto per i progetti Splintered Instruments e Sketches For Albinos) e Euan McMeeken, musicista versatile e mente dei progetti Glacis e The Kays Lavelle e conduttore della mini50 Records. Our sound is our wound è stato un degli album più entusiasmanti dell’anno passato.

I due musicisti ritornano con un nuovo lavoro intitolato White Rooms (Lost Tribe Sound) che vede la presenza di collaborazioni esterne con artisti altrettanto talentuosi come Ben Chatwin, William Ryan Fritch e Brady Swan. McMeeken in questo lavoro funge da “designer” delle strutture dei brani e Collings provvede a scardinarle e alla maggior parte della scrittura; con queste parole spiega le differenza rispetto al prcedente lavoro dal punto di vista concettuale: ”the difficult but essential challenge of finding the incongruent beauty in loss and moving forward as people“. Si deduce della permanenza di un lato oscura ma con la presenza  di uno spiraglio di luce o meglio nel tentativo di trovarlo.

Musicalmente, la ricerca resta il tema predominante: dissonanza (“estrema” nel sottile rumorismo di “Dulcitone Grasses“) e armonia (tremolante in “Death Rattle“) viaggiano in contemporanea, così come l’equilibrio fra parte “elettrica” ed acustica; nove brani che hanno una forma propria ma che hanno in comune questo filo conduttore e uno spiccato senso estetico.

Flicker” è il brano che fa emergere maggiormente lo strato melodico ma anche il tentativo di scalfire la portata semi-orchestrale del pezzo (con il tocco di William Ryan Ritch) associata alla trama ambientale. “Exit Ghost” mette in mostra maggiormente un dinamismo e una rinnovata tensione che emerge a strati e sale in cattedra col passare dei secondi, anche grazie alla batteria di Brady Swan.

Il pianoforte entra in gioco con il passo minaccioso di “Ruins” e con ”Sometimes The Sun Doesn’t Want To Be Photographed“: il pezzo rivela la maestria di esecuzione, la capacità di costruire e disegnare gli spazi e coniugare la dolcezza del suono e vocale con l’effetto discordante e ombroso del suono. L’atmosfera si fa malinconica nella essenziale ed elegante ballata “The Secret Voices of People“. L’aspetto più abrasivo della loro musica si rivela nei graffi di “Could You Really Kill” che si contrappongono a un minimalismo ricercato e costruito ad arte.  Conclusione affidata a “I’m on Fire” che rivela l’essenza dell’album e l’anima intima che non abbiamo mai citato ma che è presente in dosi diverse in tutte le tracce.

I Graveyard Tapes confermano la concretezza del progetto, la capacità di adattamento e mutabilità, la bellezza estetica inevitabilmente legata alla preparazione tecnica. C’è di più: la loro personalità ne esce rafforzata con un suono che ha un determinato tratto distintivo ma che sa cambiare forma seguendo le sensazioni e le ispirazioni emotive. Un lavoro di eccellenza che segna questa annata musicale.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Flicker
  • 2 · Exit Ghosts
  • 3 · Sometimes The Sun Doesn't Want To Be Photographed
  • 4 · Dulcitone Grasses
  • 5 · Could You Really Kill?
  • 6 · Death Rattle
  • 7 · The Secret Voices of People
  • 8 · Ruins
  • 9 · I'm on Fire

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