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Live report | Pubblicato il 31 agosto 2014

Nel mese di Luglio, in questa sezione, avevamo raccontato quanto accaduto sul palco dello Zanne, con particolare riferimento alla giornata iniziale e registrando più in generale il positivo riscontro suscitato dalla seconda edizione della kermesse catanese, un evento in rapida crescita che si spera vada ad arricchire stabilmente un panorama, quello italiano, già denso di appuntamenti di rilievo. Appuntamenti tra cui non può non essere annoverato, sempre in terra siciliana, l’Ypsigrock Festival.

Dall’8 al 10 Agosto le vie di Castelbuono hanno accolto visitatori dalle età e nazionalità più disparate, e non solo per le virtù artistiche, enogastronomiche e di tradizione che già arridono a chi volesse passare le proprie vacanze in questo grazioso paesino, incastonato in una vallata ai piedi delle Madonie a pochi chilometri dal mare. Ma anche e soprattutto per partecipare alla grande festa che per tre giorni, ormai da ben diciotto anni, rende la piazza del Castello dei Ventimiglia e il chiostro della Chiesa di San Francesco – dal 2013 teatro dell’Ypsi & Love Stage – suggestivi punti di ritrovo per gli appassionati dei grandi nomi della musica alternativa internazionale.

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Ed è proprio nella splendida cornice del chiostro che tutto ha inizio, venerdì 8, con le esibizioni di Hysterical Sublime e Uzeda nel tardo pomeriggio. Entrambi gruppi siciliani, espressioni differenti di quel che di buono ha da offrire in campo musicale la Trinacria sia per entità della proposta che per un mero dettaglio anagrafico. I primi, di Palermo, vincitori del contest “Avanti il prossimo” rivolto ai talenti emergenti, salgono sul palco e confermano le buone impressioni scaturite dall’EP Colour, al netto di qualche piccola incertezza di un mixing che non sempre ha fatto giustizia alla varietà strumentale della band. I secondi, di Catania, non avrebbero bisogno di presentazioni se non si corresse il rischio, d’altro canto, di non tributare i giusti onori ad una band che da venticinque anni tiene alta la bandiera del rock tricolore, con tanto di Peel Sessions e sodalizi illustri (Steve Albini) a certificare un valore riconosciuto da tempo oltre i semplici confini nazionali. I quattro come prevedibile danno fuoco alle polveri, concedendosi senza risparmio di energie ad un pubblico esaltato da tanta carica: un set impetuoso, perfetto per ribadire l’attitudine live del gruppo e per smentire quanti a torto ritenevano l’Ypsi & Love Stage palco secondario e nulla più.

A mo’ di collante tra le due rassegne del giorno, poi, l’esibizione della Y. We R. a Marching Band: tra fiati e tamburi una hit parade in cui spunta pure Tubthumping dei Chumbawamba, tanto per non farsi mancar niente.
Il Castello a questo punto è a un passo e con esso, archiviata la piacevole parentesi di cui sopra, l’attesa per una sessione serale ormai imminente. I Bo Ningen, posti in apertura, riprendono da dove gli Uzeda avevano lasciato, ovvero dando vita a una performance incendiaria. I giapponesi – per cui qualcuno ha scomodato paragoni con Sadako di Ringu, non andandoci poi troppo lontano in verità – colpiscono anche chi non conosceva che il monicker: psych-rock muscolare, virulento, venato tanto di noise quanto di una teatralità, manifestata in particolar modo nelle movenze del frontman Taigen Kawabe, utile a smarcarli dalla facile critica di essere un po’ una copia carbone dei modelli angloamericani.
A seguire Archie Bronson Outfit e Fanfarlo, due delle band fresche di nuovo album – rispettivamente Wild Crush e Let’s Go Extinct – che avrebbero calcato i palchi castelbuonesi. Il trio del Somerset non sfigura ma stenta a far decollare il proprio set a causa di un canzoniere privo di particolari picchi, eccezion fatta per il blues acido di Dead Funny, laddove Balthazar e soci riescono nell’intento di scaldare la platea grazie a un repertorio a larghi tratti piacione sì ma ben valorizzato, dal vivo meglio che su disco. E poi lei, il nome che fin dall’inizio della serata scandiva più di una bocca, tra consigli per l’ascolto e naturale attesa per l’evento di serata: quell’Anna Calvi che non si concede orpelli scenici se non poche sparute luci, timida nell’approcciarsi al pubblico eppure prorompente nel dare voce ai suoi brani, selezionati equamente dai lavori pubblicati finora, e alla sua chitarra, gestita con la sapienza di chi non avrà vezzi da virtuoso ma sa come trattarla.
Calligrafica forse, ma con momenti di raro magnetismo.

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Sabato si cambia registro: spazio ad alcuni dei nomi caldi della scena elettronica attuale, non prima però di aver rilevato il via alle danze di Artificial Harbor e Samaris. Gli austriaci arrivano sul Chiostro con lo status dell’oggetto misterioso, con la sola Summer, YO! unico antipasto reperibile per farsi un’idea. Nonostante ciò anche i cinque di Vienna sanno come proporsi live dando vita a un’esibizione grintosa, giostrata sui toni usuali dell’indie rock senza dimenticare accenni a folk e psichedelia. Altra storia i Samaris, ritagliatisi il loro personale angolo di notorietà già dallo scorso anno: islandesi (e tanto basterebbe a esser visti di buon occhio, di questi tempi), scuderia One Little Indian, avrebbero qualche credenziale in più tuttavia non colpiscono probabilmente a causa di una cornice poco adatta alla loro musica.
Cornice, quella di piazza Castello stavolta, che invece alletta gli apripista M+A, ultimi portabandiera tricolore dell’Ypsigrock 2014. La dimensione dance del duo – accompagnato live da Marco Frattini – fa partire il programma serale sulle ali di un set brillante, divertente, ebbro di riferimenti alle sonorità più in voga così come di inserti percussivi spesso al centro delle evoluzioni dei pezzi, perlopiù da These Days. Tanto colore non poteva che risultare in forte contrasto con l’artista successivo, Matthew Barnes aka Forest Swords, per chi scrive il nome più intrigante della seconda giornata: Dagger Paths prima ed Engravings poi avevano coperto il produttore britannico con un alone di mistero e fascino, per quel loro miscelare le suggestioni più differenti, in una comunione senza precedenti né omologhi di ipnotiche introflessioni dub, echi ancestrali e schegge trip-hop dalle tinte scure. Che dal vivo viene declinata in una performance dalla tensione crescente, minimale ma di indiscutibile impatto.

Vibrations of tremors that shook long ago. I versi di SOHN tornano utili per descrivere le vibrazioni che ne anticipano la salita sul palco e ne caratterizzano la prestazione che, per quanto statica, si struttura anch’essa per un crescendo emotivo in cui il cantautore di stanza a Londra sfoggia una vocalità genuina, quasi soul, asse portante di uno stile sapientemente a metà strada tra calore e introspezione. Ben rappresentato, tra le altre, dal cavallo di battaglia Artifice.

Da un trio all’altro, ancora in toni scuri, ecco infine l’atteso live dei Moderat, tanto a loro agio da sfiorare l’autocompiacimento. I bassi scuotono una piazza ben diversa dal solito club ma ugualmente disposta a farsi trascinare dai pezzi forte del supergruppo tedesco, da Rusty Nails a Bad Kingdom passando per il groove travolgente di No.22. Alzano il tiro, si danno il cinque e via di encore, due brani per chiudere un set in grado di riunire due volti – quello, preesistente, delle torri normanne a perimetro; l’altro, “di scena”, con visual tra presente e futuro – così temporalmente distanti dello stesso luogo in una sola grande atmosfera da dancefloor.

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Un tipo particolare. Mark Kozelek aka Sun Kil Moon viene presentato così, sotto la canicola di una domenica agostana, la domenica che chiude l’edizione 2014. Niente foto, niente chiacchiericcio, o l’ex leader dei Red House Painters promette il ritiro, e poi altro che Lord Kill the Pain, canticchiata da qualcuno qui e là prima e dopo. In fin dei conti quello del giorno non è un contesto usuale per lui, dice, e vien da crederci parlando di uno che in musica ha buttato giù versi e melodie tutto men che luminose, se non proprio in fondo a tunnel bui e amari. Al che sbuffa, borbotta per suoni mal calibrati, fa del sarcasmo uno strumento per acclimatarsi e creare un piccolo ecosistema emotivo in cui le sue confessioni acustiche possano scorrere senza problemi, e tale è il suo ascendente che l’atmosfera diventa irreale.
Specie quando cattura gli astanti con una Dogs di raro trasporto, in cui ci mette più voce che su disco e l’effetto è di una litanìa che diventa sfogo, un modo per sciogliersi e inanellare altre due gemme di Benji, due vere e proprie polaroid in musica: i ricordi della fluviale I Watched the Film The Song Remains The Same e il flusso di coscienza della magistrale Richard Ramirez Died Today of Natural Causes, per poi percorrere i sentieri di Among the Leaves e delle collaborazioni. Nonostante qualche intoppo e un encore invocato ma non accolto, una performance degna del pezzo di storia rappresentato dal cantautore statunitense.
In cammino per l’ultima volta verso il Castello, pronti per i Money. Forti del riscontro positivo ricevuto dal buon The Shadow of Heaven, i quattro di Manchester sfoggiano un repertorio prodigo di spunti interessanti seppur stringato, con tra le righe anche un accenno a All Apologies dei Nirvana. Breve ma valida parentesi che dà il là a Kurt Vile e i suoi Violators, accolti senza troppo entusiasmo chiudendo però da autori di una delle prove migliori dell’intero festival: c’è chi una traccia l’ha già lasciata e chi la sta disegnando con le trame delle proprie chitarre, vedi proprio il songwriter di Philadelphia che in otto brani disvela il meglio di sé tra puntate recenti e meno recenti. Come le polverose Puppet to the Man e Hunchback, l’iconica On Tour (I wanna sing at, top of my lungs / For fun, screamin’ annoyingly / ‘Cause that’s just me bein’ me… bein’ free) o ancora la chiusura affidata a Freak Train, carovana psichedelica nei cui lampi improvvisi Vile aggiunge dal vivo un po’ di sporcizia in più, di quella sporcizia rock che trasfigura il suo drawl indolente giusto in un simil-scream, che anzi non stucca ma fa bene a mettere il punto esclamativo.
Perché le lancette non son free e lui va via un po’ così, all’improvviso; qualche episodio in più dall’ultimo instant classic Wakin on a Pretty Daze sarebbe stato la proverbiale ciliegina ma bisogna “accontentarsi” delle comunque eccellenti Wakin on a Pretty Day, Girl Called Alex e KV Crimes.
Tutto sembra concorrere a un ruolino di marcia che premi gli ultimi due nomi in lineup, chiamati a concludere la festa in bellezza. E Wild Beasts e Belle and Sebastian certo non deludono, si potrebbe dire piuttosto che il crescendo descritto per le giornate precedenti trova il suo apice proprio domenica, proprio quando serve.
La band capitanata da Hayden Thorpe e Tom Fleming muta nuovamente i toni della serata col proprio stile sinuoso e umbratile, distinto dagli incastri vocali dei due. Spazio ovviamente per il nuovo Present Tense, che puntella gran parte della scaletta: l’elegante melodia di Mecca e quella a presa rapida di A Simple Beautiful Truth, le ampiezze della “love song” Palace e il beat abrasivo del singolo Wanderlust, tra le altre, in una selezione che a ogni modo non perde di vista punti fermi delle produzioni passate come il lirismo di Bed of Nails o l’irresistibile incedere di All the King’s Men, pezzo ideale per mettere il sigillo e salutare.
Così fanno gli inglesi ed è così che ci si ritrova nel bel mezzo dell’ultima attesa per l’ultima esibizione, quella su cui tutti ripongono le aspettative maggiori. Quella, insomma, che a fine dei giochi dovrebbe distinguere un festival memorabile da un festival “soltanto” buono. Basterebbero i dischi, su palco riconoscibili non solo per gli estratti suonati ma anche per i volti ritratti sui pannelli a sfondo che da sempre ne identificano le copertine, come un book fotografico e al contempo musicale di grandi amori e belle amicizie; basterebbe la chilometrica formazione che prende posto, col camaleontico Stuart Murdoch in testa e pure una sezione d’archi di musicisti locali, ad annunciare uno spettacolo generoso e ricco, perché un festival così non può certo finire senza il classico botto. C’è tutta una piazza che vuol ballare, e gli scozzesi la accontentano mettendo in campo una scaletta che non risparmia concessioni agli ultimi acuti incisi ma che d’altro canto non dimentica certo episodi ormai indimenticabili come Get Me Away From Here, I’m Dying e l’inevitabile tripudio per The Boy With the Arab Strap e Me and the Major. Come inevitabile è il bagno di folla che prima vede Murdoch salire sulla scalinata durante la frizzante Sukie and the Graveyard, e poi lo ritrova di nuovo protagonista a fine set quando chiama, stavolta a raggiungerlo, ragazzi del pubblico per scatenarsi sul palco. La festa tanto agognata, a quel punto, è al suo massimo e con essa la convinzione che sì, memorabile è la parola adatta.

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E quando è davvero tutto finito, quando ci si infila in quell’imbuto sotto l’arco medievale non più per entrare ma per uscire, in mezzo a quelle facce stanche ma felici, ancora per un po’, scorgi quella comunanza e quella passione che ogni anno fanno dell’Ypsigrock un’autentica oasi di musica e divertimento. Alla prossima.

(foto di Antonino Marra)

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